GIORGIO RAMELLA
(Torino 1939)
DISEGNI E DIPINTI
Nell'opera di Giorgio Ramella si rivela e confluisce la vita e I'ansia
di vivere, come in un diario visivo autobiografico, che per stagioni segue la storia di un
uomo e la sua natura inquieta e insoddisfatta, sempre alla ricerca d'altro e di strade
diverse.
Dagli anni '60, dopo I'Accademia Albertina di Belle Arti a Torino, Ramella imbocca un
percorso ininterrotto di ricerca artistica fatto di molti momenti diversi, addirittura con
svolte precise dal figurativo all'astratto e viceversa. Temi, iconografie e linguaggi si
inanellano, rincorrono e contrastano cosi come sulle tracce della vita e dei suoi colori,
tra ombre e luci, vette e abissi. Un diagramma pittorico instabile che pere si è sempre
mosso secondo alcune linee forti e comuni, che rendono il variegato corpus di opere di
Giorgio Ramerà un solido in rotazione dalle molte sfaccettature, ma dall'unico nucleo
energetico e pulsante. A partire dalla matrice fondamentale di ispirazione che è sempre
stata la realtà visiva del mondo, nelle sue immagini vitali e veloci come nelle
riflessioni indotte. Una realtà in cui I'artista è immerso e che gli scorre attorno e
attraverso, e di cui alcune tracce gli rimangono impigliate dentro, segnate come su di una
carta assorbente. Ramella ha sentito spesso la tentazione dell'astratto, ma nel senso del
gioco, come inganno formale teso agli occhi esterni dello spettatore. Perché la partenza
e I'aggancio, il richiamo esplicito rimane comunque il dato reale, magari sezionato,
rielaborato o colto nei suoi dettagli. Nelle sue scelte astratte I'Artista pospone e
occulta al riconoscimento immediato il piano figurativo esplicito, mandando avanti
un'apparenza nonfigurativa, díetro cui cela se stesso e la sua dimensione poetica. Sono
momenti di distacco dal mondo, di introflessione ragionata dietro abbagli astrattí
evanescenti, dai codici comunicativi più criptici e enigmatici, come il guscio di un
nocciolo inciso però dall'interno da forme incandescenti in ebollizione. Una sorta di
cartina geografica dell'anima. Dicevamo prima la realtà come la vita per fonte
ispirativa, la più diretta e viscerale, che sia stata per I'Artista attraverso gli anni
quella urbana delle "Città" con i loro squarci , come la serie
"Vetrine", o le visioni allucinatorie di metropolitane americane in "Coney
Island", quella tecnologica degli ammassi di lamiere d'automobili negli
"Incidenti" oppure la natura selvaggia e acquea con il gabbiano tra cielo e
acqua nella serie dei "Mari", una natura più intima e domestica di giardini
privati, di case con sguardi su "Sedie" abbandonate con misteriosi fagotti
sopra, "Pavimenti" pieni di oggetti simbolici, come lettere e fiori, e per
ultima quella antica e primitiva dei graffiti rupestri aborigeni. L'uomo è sempre in
bilico tra assenza e presenza, soprattutto come pellicola sensibile e organica che vede,
sente e si emoziona, lasciando anche tracce di sé, oggetti appena abbandonati o che
stanno per essere raccoiti. Sensazioni di pieno e di vuoto che a volte astraggono il
disagio e la solitudine dell'essere vivente. Perché costante è I'idea della solitudine
dell'uomo e delI'illogicità della vita, con il suo carico di enigmi e di sofferenza,
spesso di incomunicabilità che avvolge e separa nella claustrofobia inumana e
alluciriatoria del mondo contemporaneo, che si riflette nello spazio dell'anima. Giorgio
Ramella capace di bella pittura, pittore classico e legato alla tradizione, a volte anche
manierista, ma sempre alla ricerca d'altro con esperimenti dagli opposti esiti formali,
nell'ultima stagione iniziata un decennio fa ha decisamente lasciato tutto ciò alle
spalle, perché non gli basta più e vuole qualcosa di diverso. Soggetto e tecnica
abbandonano la bella mano, la stesura precisa, I'effetto figurativo piacevole per
esplodere in energia e rabbia astratta formalmente quanto violentemente libera, attingendo
solo alla vita come eruzione energetica da tradurre e trasmettere come contrasto, stridore
e aggressività di forme e colori. Gestualità forte e emozionale per un
colore che si fa spesso e materico. Ma si tratta in effetti di un figurativo
astratto, perché ora Ramella coglie dalla realtà attorno solo alcuni dettagli
pittoricamente forti, zooma su certe porzioni di ciò che vede, scegliendone particolari
simbolici e evocatori. Con I'effetto però di una pittura astratta, perché isola parti
dal contesto, decontestualizzandole anche figurativamente sulla tela. L'isolamento di un
particolare in un primissimo piano da microscopio ritaglia dalla realtà visiva dei
microcosmi di linee e colori, come tanti piccoli sguardi di un occhio interiore attento e
curioso, capace di estrarre istanti e punti dal flusso generale. Questo procedimento
Ramella I'ha adottato a partire dai lavori ispirati alle metropolitane americane, dopo un
viaggio negli Stati Unití in cui questi luoghi tipici delle metropoli contemporanee,
simbolo per eccellenza del vuoto metafisico e delI'incomunicabilità contemporanea, lo
folgorarono nella loro forza pittorica negativa. Angoli, scorci, prospettive, luci lontane
e ombre claustrofobiche, spazi enormi e angusti, queste moderne tane delI'uomo introducono
in un incubo d'ansia allucinatoria e inumana, dove la gente diventa forma spersonalizzata,
non-presenza senza identità, esistente solo nel momento anonimo dell'uso e del passaggio.
Come I'allucinante giallo della sporca e fatiscente stazione newyorchese di Coney Island,
da cui trae una serie di oltre trenta dipinti, cosi come di "Subway". Un nome
solo per decine di sguardi e relative sensazioni e emozioni, tutte raggelate nel cuore e
incise a fuoco nella memoria. In una ripetizione ossessiva di attimi, emozioni sincopate,
proliferazioni alienante di istanti allungati e fermati oltre il limite, in attimi
narrativo-pittorici stridentí e acidi, scabri come scosse. Poi cinque anni fa le rocce su
cui uomini antichi hanno inciso e dipinto la loro cultura e il loro mondo, con segni
figurativi e astratti simbolici e criptati, evocatori e poetici diventano I'universo
iconografico in cui Giorgio Ramella decide di muoversi, elaborando dai segni millenari
degli aborigeni australiani le sue tavole pittoriche. Scegliere segni e concetti
prímitivi, essenziali per parlare come in un parallelo simbolíco - dell'anima più
profonda e impulsiva, quella su cui si depositano le tracce più intime e oscure della
nostra vita. Fisica ma senza parola, istintiva nella sua reazione, direttamente da uno
spazio oscuro giù nello stomaco. I recenti segni di
Ramella
arrivano da un lontano passato dell'uomo storico, cosi come dall'interiorità più
viscerale dell'artista, probabilmente come automatismo inconscio. Echi e scosse che
ritrovano in composizioni e segni grafiti la loro traduzione, canali linguistici simbolici
attraverso cui dar voce e rappresentazione. Lavori che visualizzano I'inconscio, dando
corpo e visibilità a un magma interno, come un lavoro di catarsi terapeutica. La resa
pittorica è spessa e materica, ma questo già da anni, abbandonando il pennello prima per
la spatola e poi per il colore direttamente spremuto sulla tela dal tubetto in
volumetriche strisciate parallele e verticali, scendendo manualmente col tubo sulla tela,
e poi inciso e segnato con un grafismo chirurgico e di rottura fatto di tagli e ferite,
pittoricamente violento. Campiture cromatiche ripartite spazialmente in paesaggi
dell'anima. Quei graffiti primitivi aborigeni celebrano la forza e il vigore del gesto,
che si collega alla pasta pittoríca spessa, che sgorga dal tubo come lava cromatica,
prendendo un volume tridimensionale che invade lo spazio fuoriuscendo dal quadro. Colori
di getto, di folgorante energia e potenza, carnali nella plasticità del rilievo a olio,
quanto ambigui nella loro dimensione simbolica di codice linguistico segreto. Prima solo
il giallo e il nero come forte contrasto cromatico in opposizione; poi sono arrivati il
rosso, I'arancio, il grigio e il viola, usati , pero sempre in maniera pura. E poi la
luce, altro elemento compositivo fondamentale per I'Artista, a cui ha sempre rivolto
un'attenzione costante e fedele, capace con i suoi giochi e effetti di dare il tono e
I'atmosfera in tutti i suoi lavori, potente e magica, che sia fredda e metafisica,
abbacinata e misteriosa, dolce e materna, lontana e sorda, oppure acida e tagliente. Ogni
quadro è come un rito, un processo zen che a ogni stesura e a ogni strato successivo crea
uno scavo interiore lento ma preciso verso il cuore, dalla superficie al nucleo attraverso
un percorso di introflessione orientale. Così i lavori che da un primo impatto
esteticamente forte e d'effetto lasciano poi trasparire altri lìvelli sotterranei, come
una scala da scendere. Però dietro I'impetuosità del segno violento e destabilizzante,
la texture si rivela ragionata e studiata, soprattutto come campitura geometrica e
spaziale, con una razionalità essenziale che informa la strutturazione di ogni
composizione e la distribuzione degli elementi. D'altronde , andando un po' indietro, già
nei "Pavimenti" fine anni '80 iniziavano a delinearsi visivamente chiare linee e
traiettorie geometriche, come scie di colore lasciate da spatole e tubetti, macchie che
dilagavano e semplici strisciate a terra, e ancora prima si rintraccia I'esigenza di una
suddivisione spaziale in tutti i suoi periodi. Ora questa ricerca attenta e preziosa
affida il proprio messaggio viscerale e il progetto comunicativo a un alfabeto di segni,
apparentemente casuali ma tipici di una grammatica pittorica personale e raffinata. Che
con il tempo si sta rarefacendo nell'abbandonare una fitta e più confusa rete di graffiti
per catalizzarsi su pochi segni aspri, quasi sagome-icone ritagliate che si staccano e
delineano nette sul rilievo materico del fondo, ottenuto per sovrapposizione di strati
pittorici. E il suo messaggio comunica in un'atmosfera ora asettica e fredda, ora violenta
e impulsiva, tonale e timbrica, con un grafismo sintetico che sottolinea stridori
taglienti nei suoi interventi chirurgici sulla pasta cromatica depositata come pelle sulla
tela, e con colori acidi
dall'aggressivítà manifesta. Opere dalla
comunicazione linguistica essenziale e scabra, con misteriosi e arcani segni di potenziale
origine cabalistica o orientale, la cui preziosità va ricercata nell'opulenza materica e
cromatica del colore a olio. E I'atmosfera risulta come sospesa nello spazio
cristallizzato di un incantesimo, filtrata da uno specchio che evoca evanescenti mondi
arcani, tra il passato, il presente e la dimensione del sogno dí un uomo contemporaneo
non diverso da quello antico e primitivo delle terre australi aborigene. Titoli dove
compaiono i termini di guerriero, archi, frecce, canti e che instaurano un parallelo tra
passato e presente delI'uomo, per raccontare con grafismi prímordiali un'attualità
biografica. AI Castello di Barolo Giorgio Ramella presenta un gruppo di quindici tele di
grande formato e altre invece più piccole, insieme a disegni frutto di un'espressione
recente, esposti per la prima volta in Italia, lavori eseguiti su carta con materíali
diversi come carboncino, matita e grafite in contrasto con il colore acrilico, che
sembrano la radíografia più essenziale delle opere a olio, quasi viste in trasparenza.
Poi un gruppo di bozzetti preparatorí, che costituiscono la prima base progettuale delle
sue opere, pagine di piccoli studi a matita, tracciati in fretta per bloccare I'idea da
sviluppare poi, ma compiuti e con una propria corposità strutturale, come raffinate
miniature.
Olga Gambari
da "Giorgio Ramella diegni e dipinti" Castello di Barolo giugno-settembre
1999 - Ed. Canale Arte