GIORGIO RAMELLA
(Torino 1939)

CRITICA

IL MONDO COME CAVERNA DELL'ABORIGENO METROPOLITANO

"Warriors" 1995 - olio su tela 100x50 Ho prestato a Ramella un vecchio disco dell'Art Ensemble of Chicago del 1980, "Urban Bushmen", sontuosa disarmonia della città tribale, dal Bronx a Coney Island, dei "Guerrieri della notte" di Walter Hill, puntualmente del 1979: la notte come caverna violentata dai fari, la luce inghiottita dalle viscere della metropolitana. In quel tempo la tela e la tavolozza di Ramella riflettevano il verde smeraldo dei parchi e delle praterie del New Jersey e del Vermont, poi si accendevano del sole di Van Gogh e di Cézanne; solo un decennio dopo il pittore sarebbe sceso nella metropolitana del Bronx per ritagliare e appiattire a grandangolo spazi cementati primari, flagellati da piogge di luce artificiale "acida" nelI'accezione beat, progressivamente mutanti, in rigorosa continuità e persistenza di struttura formale e cromatica, nelle caverne graffite e incise dei contemporanei regrediti alla cultura primitiva e tribale. Proprio considerando lungo gli anni '90 il processo e i frutti, cromaticamente ai limiti dello psichedelico, di questa metamorfosi di Ramella (e in Ramella) della metropolitana, già secolare simbolo e incubo della metropoli della civiltà industriale, nella caverna dei nuovi aborigeni postmoderni, di cui è stata vittima sacrificale Francesca Alinovi, mi sono sempre riecheggiate all'orecchio le sofisticatissime cacofonie anarmoniche afroamericane dell'Art Ensemble. E si sono riverberati all'occhio gli incubi cavernosi metropolitani presenti e futuri, da "Guerrieri della notte" a "Blade Runner" a "Fuga da New York", in cui le luci artificiali di una perenne notte di catastrofe ecologica illuminano i colori di guerra delle bande urbane, appunto gli "urban bushmen". Nella forma filmica, questo mondo come perenne incubo sotterraneo, che ospita una antropologia regredita a massa primitiva, ha ascendenze nell'età eroica del muto, con la "Metropolis" sotterranea delI'uomo-massa, dei proletari schiavizzati dalla macchina-Moloch. Nella forma pittorica e grafica, sono i monocromi bruni e grigi graffiti dalla biacca, I'atmosfera in apnea di ombre nebbiose e luci artificiali del Moore di guerra a trasformare in larve imbozzolate, in mummie contemporanee i londinesi viventi nelI'Underground sotto le bombe e i missili tedeschi. È giusto e logico che sia stato un artista inglese a riproporre in forma contemporanea un tema e un'atmosfera che ci riportano alle radici stesse degli aggregati umani della rivoluzione industriale. Basta rileggere il capitolo L'età della disperazione in Arte e rivoluzione industriale di Klingender, con le citazioni da Dickens (Wolverhampton 1840 nella Bottega dell'antiquario: "Da ogni lato, e fin dove I'occhio poteva spaziare in lontananza, alti camini, addossati I'uno all'altro, in una ripetizione infinita della stessa forma monotona e spiacevole, come in un brutto sogno, riversavano fumo nocivo, oscuravano il sole e inquinavano quella malinconica atmosfera... e ancora, a destra, a sinistra, davanti e dietro, vi era la stessa interminabile prospettiva di torri di mattoni, che non smettevano mai di vomitare fumo nero, distruggendo ogni cosa, animata o inanimata, oscurando la luce del giorno e avvolgendo tutti questi orrori in una densa nuvola oscura. Ma trovarsi di notte in questo luogo orrendo! Di notte quando il fumo si mutava in fuoco, quando da ogni camino sprizzavano fiamme, quando i luoghi, che durante il giorno erano stati caverne cupe, ora scintillavano ardenti, con figure che si aggiravano qua e là nelle loro gole risplendenti, chiamandosi con grida roche") e dal giornalista John Britton, innografo della ghisa e delle prime ferrovie (il Wiltshire 1850: "pareva una specie di pandemonio sulla terra; una regione dove fumo e fuoco riempivano tutto lo spazio fra terra e cielo... All'occhio non appariva alcuna forma o colore che indicasse la campagna, le tinte o aspetti della natura, nulla di umano o divino. Nonostante fosse estate, e quasi mezzogiorno, sole e cielo erano pallidi e oscurati; di tanto in tanto qualcosa di simile a cavalli, uomini, donne e bambini, sembrava aggirarsi in mezzo al fumo nero e giallo e a lingue di fuoco; ma ben presto scomparivano nell'oscurità"). Pandemonium era il gran palazzo di Satana all'inferno eretto dall'architetto del paradiso Mulciber che lo aveva seguito nella Caduta, nel Paradiso perduto di Milton, illustrato dal pittore-ingegnere visionario John Martin, I'apocalittico equiparatore fra tenebre e fuoco degli inferi e del pandemonium e le nuove città dei dannati della rivoluzione industriale inglese, seguito poi da Doré che rievoca nella sua Londres le tavole dell'Inferno di Dante. Un secolo dopo, Baselitz intitolerà Pandemonium le prime mostre berlinesi del suo mondo rovesciato e inabissato nel 1961-62. E questa metamorfosi di Ramella negli anni '90 dei fendenti secchi e acidi della metropolitana nuda del Bronx nelle incisioni graffite della caverna tribale contemporanea, approdo su un videoschermo smisurato e stupendamente dipinto della notte eterna e infernale dell'Inghilterra protoindustriale (a cui la fantascienza scritta e filmata ha aggiunto solo la catastrofe ecologica e la regressione degli aborigeni urbani), si riallaccia dopo una parentesi di tre decenni al pandemonium lucido e "hot", esistenziale, dei suoi Incidenti e Uetrine e Città dei primi anni '60. Colpisce oggi rileggere il "critico" Paulucci nel 1965: "quadri coloratissimi secchi, talvolta di una gelida spietatezza, rossi puri, neri assoluti, bianchi immacolati, gialli accapponati tra linee e segni rigorosi... Smarrimento dell'uomo, I'uomo della città, nelle strade della città... I'uomo di oggi, alienato, anonimo e prigioniero di strade cittadine... una luce al neon". Paulucci concludeva: "Così Giorgio Ramella cammina per la sua strada, solo, quasi un'allucinazione impietosa tra asfalto e cristalli lucenti". C'era ancora, nel giovane pittore, la stessa illusione di vita nelle strade, meccanica e oggettuale, di realtà contestata ma modificabile, che permeava negli stessi anni la pop art quanto il nascente neoespressionismo tedesco. Oggi, I'assoluto disincanto della sua giustificata "cattiveria" pittorica, che intaglia graffiti antropologici come ferite fisiche, slabbrate e dissonanti, sul tessuto ritmico sontuoso monocromo spremuto in verticale o diagonale direttamente dal tubetto, freno calcolato al gesto sfuggente all'archetipo mentale (necessario al versante sciamanico dell'attuale operare di Ramella), gli permette di equiparare I'ombra contemporanea del cacciatore tribale, I'immagine trasfigurata dei simboli magici rituali trasmessici dalla scienza antropologica e la "notte di catrame" della colossale Crocifissione, secondo la definizione di Gianni Romano.
Marco Rosci

dal Catalogo della mostra "Giorgio Ramella" alla MAZE ART GALLERY di Torino (1999)