T E S T I


... Son le cose 
che pensano ed hanno di te
sentimento, esse t'amano e non io 
come assente rimpiangono te 
Son le cose prolungano te ...
... Rimpiangono te son le cose, prolungano te 
certe cose ...

Le cose che pensano dall'album "Don Giovanni", 1986
Lucio Battisti, Pasquale Panella


Quella di Elena Muzzarelli è una fotografia riflessiva, quasi gestuale. Per ogni scatto c'è un progetto, un desiderio, una costruzione. Nulla è lasciato al caso e per ogni immagine realizzata è necessario costruire una serie di passaggi successivi: elaborazioni manuali, interventi di coloritura, doppie esposizioni, sviluppi invertiti e nessun appello alle tecniche digitali, quasi a ribadire che ogni trama e ogni modificazione devono rendere e restituire il peso di una scelta ancora più consapevole, ancor più determinata. Le sequenze alternate di dettagli del corpo umano e particolari floreali permettono, nella successione delle immagini, la creazione di un ritmo binario suggerito dal colore e dal taglio delle inquadrature. Nascono così coppie di immagini che chiedono di essere indagate unitamente e scoperte con la lentezza di uno sguardo attento e infaticabile. Forme e volumi dai contorni indefiniti chiedono di essere guardati con i tempi della contemplazione. È come se in queste fotografie non ci fosse mai fretta, mai paura. Sono immagini dai modi gentili, dai gesti prolungati che raccontano di profili improvvisi, di occhi chiari, di sguardi dolci, di ombre soffuse, di corpi delicati e di fiori sospesi che spesso segnano i confini di una esplorazione che si poggia sullo strano equilibrio di una delicatissima eleganza. La narrazione si compone di brevi mosse, diversa dal tipico impianto narrativo, dalla tiepida penombra sgorgano mani che sfiorano la luce. Poi, dal controluce diretto si accede al calore di piccoli oggetti ripresi su fondi più freddi.
In uno scambio continuo di ritmi diversi e atmosfere avvolgenti prende forma quella lontananza che caratterizza tutto il lavoro. Sarà la distanza dalla logica della verosimiglianza, sarà il fascino continuo dello
svelamento, ma le fotografie di Elena Muzzarelli si presentano come il risultato, definitivo, di una serie di stratificazioni concettuali, intese come veri e propri progetti visivi. Esse, pur contenendo spunti pittorici, dimenticano le esperienze dell'informale e tendono a ricostruire, attraverso tre principali capitoli: il corpo umano e i fiori ripresi a piccoli particolari in un gioco di corrispondenze, i ritratti e gli oggetti. Le forme di questa ricerca che sanno mettere in fila la bellezza delle intenzioni, senza rinunciare al movente costituito dal suo originalissimo rapporto con l'invenzione delle immagini.
È così che si dispiega lo sviluppo armonico di un libro che punta tutto sul gioco delle apparenze all'interno di molteplici contesti. Elena costruisce il suo guardare come fosse la somma di un'osservazione fredda e continua che si posa su cose senza importanza e senza emozione. Poi, accostando i vari elementi fra loro, si scopre che quei dettagli fungono da collante principale per la comprensione di un sentimento che ha a che fare, soprattutto, con la memoria. Esattamente come ricorda Sàndor Màrai nel suo romanzo Le braci: "...di fatti come questi ci si ricorda soltanto più tardi. Trascorrono interi decenni, si passa per una camera buia in cui è morto qualcuno e a un tratto si ode il mormorio del mare, si riascoltano parole antiche. Come se quelle poche parole avessero dato espressione al significato della vita. Ma più tardi c'era sempre stata qualche cosa di cui parlare...".
Ecco cosa può risolvere la fotografia, ecco dove risiede la bellezza di queste immagini; nella loro capacità di evocare, nella loro fissità lasciano emergere ricordi che diventano immediatamente riconoscibili. Non c'è nulla di indiziario in queste immagini, nessun sospetto, nessun giudizio. Le stratificazioni fotografiche di Elena sanno penetrare il territorio della poesia e potrebbero anche essere descritte come il sovrapporsi continuo di gesti transitori che, una volta uniti, esprimono il desiderio di restare eterni. E si sente, in ogni frammento visivo, una leggerezza che vuole e riesce ad essere sincera. Le immagini diventano come parole, poi si trasformano in eclissi di sguardi e in pioggia di istanti che paiono infiniti. Proprio come la storia di chiunque abbia saputo cogliere l'enormità della commozione di un fatto tutto sommato semplice, come quello di prendere un'immagine. È forse questo il grande e contraddittorio specifico fotografico. Quel rendere memoria, quella consapevolezza eterea che si innesta fra la realtà e la finzione. È per questo che le tracce presenti in queste immagini si fondono con morbidezza, come le pieghe presenti in ogni volto umano. Tracce che, oltre a definire la fisionomia, restituiscono carattere, armonia e personalità.

Denis Curti

da "Spunti di vista" Elmuz 2001
Ed. Gribaudo - Cavallermaggiore

 

 


 

La realtà di ogni giorno nello sguardo di Elmuz 

Dietro l’obiettivo e la testa di ricci bruni, Elmuz sorride, e intanto racconta la sua mostra, il suo catalogo ma soprattutto le sue fotografie. Le nomina come se fossero piccole emozioni. Nella libreria di Gianfranco Fontana domani alle 18 presenta "Spunti di vista", titolo anche del bel catalogo che la casa editrice Gribaudo le ha dedicato, inaugurando una nuova collana di fotografia per giovani artisti, ben curata e dal prezzo contenuto. 
Nel suo studio sfilano le immagini, delicate e intime, soffuse di luce in una sorta di silenzio incantato. Ogni lavoro è il risultato finale di sovrapposizioni tra fotografia, interventi pittorici e materici, elaborazioni. Il corpo, la natura, la realtà minuta. Fiori e occhi, piante e mani, piedi e foglie, volti tagliati, cose. 
Lo sguardo di Elena Muzzarelli, che gioca a farsi chiamare Elmuz, osserva da vicino, deforma prospettive e colori. Nella libreria ha deciso di spargere in giro le sue foto, perché le piace vederle in mezzo ai libri, sembra che dialoghino con quelle parole mute su carta. Altri lavori saranno invece stampati su tessuto, grandi ritratti che ondeggeranno morbidi dall’alto.

Olga Gambari

da "Repubblica" del 21 Febbraio 2001

 


 

"A sight for sore eyes"

Ho visto questo libro che mi sorrideva dalla prima di copertina.
"A sight for sore eyes", non riesco a trovare un corrispettivo in italiano altrettanto diretto ed intenso, intenso come le immagini che contiene.
Una bella cosa per i nostri occhi ormai provati dalla difficoltà e la violenza del nostro quotidiano sensitivo.
Ho parlato con Elmuz e lei ha confermato questa impressione. Il suo amore per il lato positivo della vita, per quello che di più bello ci può offrire, si muove leggero ed attraversa le sue opere. Troveremo quindi amore, il gusto solo dimenticato per il gioco, l'attrattiva per la sperimentazione, la ricerca di una struttura a più livelli di lettura, il non arrendersi di fronte ai limiti imposti dalla tecnologia e dalla tendenza tecnologica.
La stratificazione successiva di differenti materiali eterogenei al medium fotografico, le variazioni improvvise, i ripensamenti e le riflessioni ci guidano verso la comprensione del modo interiore di Elmuz, la sua complessità, le sue forme, il cromatismo potente.
E saremo a nostra volta coinvolti, riconosceremo forme, materia, ci potremo avvicinare a loro da diversi punti di vista, ricordare, in una sorta di cortocircuito emozionale e sensitivo.
La mia migliore sensazione lo scoprire nel suo lavoro questa idea, assolutamente controtendenza e quindi innovativa, di avvantaggiare e favorire l'amore, la vita, la gioia creativa che esplode letteralmente nella sua gamma cromatica, nella spontaneità con cui espone i sui spunti di vista. 
Vale a dire suggerire un'idea di immagini sui cui fermarsi a riflettere.
Vi consiglio l'acquisto [agevolissimo] di questo libro di immagini.

Paolo Viridian (Exibart)