Francesco Di Lernia
(Torino 1966)
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CRITICA
(da Arte Mondadori n.290 ottobre 1997)
SCENE DI VITA VISSUTA. TRA SOGNO E METAFORA
Per molti è "quello degli
omini verdi". Nei suoi quadri, infatti, compaiono spesso buffi omini stilizzati,
quasi sempre verdi, impegnati a conversare, oppure a suonare, a bere, a pensare, anche a
fare l'amore, con donne e uomini perfettamente normali. A prima vista, questi omini
potrebbero sembrare un'eredità delle letture di fumetti satirici o di fantascienza che
Francesco Di Lernia, come molti altri artisti della sua generazione, ha letto a lungo
nella sua adolescenza; sua madre, infatti, lavora da sempre nel campo dell'editoria per
ragazzi, in particolare in quella dei fumetti popolari, e gli ha trasmesso la passione per
il genere. Ma per lui, artista torinese ben inserito nel corso della nuova figurazione
italiana nata e cresciuta nell'ultimo decennio soprattutto tra Milano e Torino, questi
omini sono in realtà il riflesso di un altro tipo di retaggio. "È piuttosto la
linea che, da Matis se passando per De Chirico per arrivare fino a Kostabi, ha lavorato
sulla stilizzazione sempre più marcata della figura umana. Una stilizzazione che può
avere via via accenti lirici, persino musicali, come accade in Matisse, o metafisici, come
in De Chirico", dice. "Ma che , in ogni caso, non è mai utilizzata
dagli artisti come modulo ripetitivo. Piuttosto come via d'uscita da un accademismo o da
un realismo spesso asfittici, fine a se stessi. E che, con l'avvento della fotografia e
del cinema, hanno perso qualsiasi reale capacità evocativa e poetica".
Trent'anni, alto, capelli neri arruffati e un fisico asciutto da giocatore di
pallacanestro, Francesco Di Lernia ha alle spalle una ventina di mostre collettive e tre
personali, di cui una, nel 1994 a Torino, assieme ad Alessandro Bazan. Con Bazan,
esponente di punta della nuova pittura palermitana, Di Lernia ha in comune una ricerca
basata sul rifiuto di uno stile unico, coerente, come elemento di riconoscìbìlìtà
ìmmediata. "Lo stìle non mi interessa", dice. "Mi interessa
la pittura come lavoro sul colore, sulla luce. Anche come ricerca di soggetti e di temi
provenienti dalla mia esperienza personale, mediati però da una forte componente
fantastica, ironica". I suoi quadri - a parte I'elemento ricorrente dell'omino
verde, che li marchia come una vera e propría firma - sono spesso molto diversi l'uno
dall'altro, quasi appartenessero a mani e ad artisti differenti. Alcuni sono più lírici,
staccati da qualsiasi riferimento alla realtà, basati soprattutto sul gioco dei colori e
delle forme, e sulla suggestìone causata da sìtuazioni di intimità, di amicizia, di
riflessione, o anche di convivialità, come accade in un bar o ìn una festa; altri,
invece, tradiscono maggiormente un'origine fotografica. "Per la ricerca dei
soggetti, giro spesso per Torino con la macchina fotografica al collo", dice,
"fermandomi quando trovo una situazione o un'immagine che reputo interessanti.
L'interno di una pizzeria, di un bar di una stazione o di un negozio d'antiquariato
possono essere indifferentemente ambientí che attraggono la mia attenzione, e da cui
posso trarre spunto per dí pìngere un quadro. Poi, però, dell'immagine iniziale,
generalmente il quadro non mantiene che una vaga atmosfera, un gioco dì colorì, uno
spunto lirìco".
Così come avviene, ad esempio, ne
Il cuoco, in cui una scena ripresa in una pizzeria di Torino diventa il pretesto per un
quadro magico, dall'aria vagamente orientale, al punto che, più che a una pizzeria della
periferia torinese, potrebbe far pensare a uno dei tanti venditori di kebab sparsi per
l'Europa. Anche i temi della crescíta, della conoscenza reciproca, del confronto tra
ragazzi della stessa generazione sono spesso al centro della pittura di Di Lernia. Le
scene rappresentate sono spesso abitate da strani personaggi che parlano tra loro
all'interno di una camera, o che guardano fuori da una finestra, o che suonano un violino
o una chitarra, o, ancora, che bevono un bicchiere chiacchierando animatamente all'interno
di un bar. Scene quotidiane, come se ne sono vissute molte, soprattutto in quell'arco di
tempo che va dalla tarda adolescenza alla prima maturità, in cui - non più ragazzi ma
non ancora uomini - ci si trova a parlare, a fumare, a bere, discutendo dei grandi temi
dell'esistenza come delle cose più futili e immediate. Di Lernia prende queste scene e le
traspone in un universo allucinato, a tratti melanconico, dove gli uomini hanno perso
qualsiasi connotato realistico per assumere l'aspetto di strani marziani dal la peile
verde in tenti a parlare con ragazze - loro, in vece, rimaste più che mai reali, dalla
pelle rosa chiaro e gli occhi dolci - di cui sembrano non riuscire a captare i segreti. I
suoi per sonaggi sono archetipi, così come lo era l'uomo col cappello nero appollaiato di
fianco a un nudo tizianesco nella bellissima Conversazione platonica dipinta nel 1925 da
uno dei maestri indiscussi della pittura torinese del Novecento, Felice Casorati. Di
Lernia sembra aver guardato con attenzione a quel quadro, se è vero, come sottolinea il
critico Luca Beatrice in un catalogo, che il tema della conversazione è uno dei più
frequentati dal pittore. "L'idea della conversazione mi ha sempre colpito molto,
fin dai primi anni in cui ho cominciato a dipingere", dice l'artista. "Ho
sempre avuto un bisogno quasi fisico di parlare, di comunicare con i miei coetanei al di
là del futile chiacchiericcio che contraddistingue la società contemporanea. Volevo
parlare, capire, interpretare il mondo che mi circondava. Così cercavo di raccontare
questo bisogno con la mia pittura". In questo tentativo quasi impossibile di
dare forma visibile alle parole e alla conversazione, Di Lernia, che fino a qualche anno
fa ha suonato in un gruppo rock, si basa molto anche su un'altra metafora, quella della
musica, che, come la conversazione, fa pensare a un senso di armonia, di calma, di
serenità. Questa metafora è suggerita in pittura attraverso una composizione rígorosa e
da figure dalle linee leggere, morbide, quasi matissiane, oltre che dal richiamo ad
elementi come il pentagramma musicale, gli spartiti, gli strumenti, spesso presenti nelle
sue tele. Ultimamente, però, nei suoi quadri è entrato con prepotenza anche un altro
elemento, quello di una riflessione sulla pittura, sulla storia dell'arte, sul senso
stesso del mestiere di pittore oggi. Sono nati così alcuni quadri in cui si vedono
immagini tratte da libri e cataloghi d'arte - da Jasper Johns a Otto Dix a Zandomeneghi,
senza alcuna gerarchia o preferenza sentimentale - unite a quelle dei suoi quadri. Così
come sono nati allo stesso modo i quadri ispirati alle atmosfere che si respirano nei
musei e nelle gallerie d'arte; dove si vedono piccoli uomini che parlano in maniera
concitata davanti a enormi tele dipinte a colori forti, acidi, proprio come quelle dello
stesso Di Lernia. Alcuni di questi uomini guardano con intensità i lavori, al punto che,
dal loro sguardo, esce un fascio di luce che li colpisce. "Fare il pittore vuole
dire esporsi completamente, mettere a nudo la propria anima", confessa
l'artista. "Il mio vuol essere un tentativo di smitizzare, e anche di prendere un po'
in giro, un sistema che si prende invece molto sul serio. Un sistema fatto di persone che
davanti ai quadri, sia di un giovane artista sia di un mostro sacro, sanno spesso fare
soltanto discorsi tanto complessi quanto vuoti e inconsistenti. Proprio come avviene a
tutte le inaugurazioni. Comprese le mie".
Alessandro Riva
dal mensile Arte Mondadori n. 290 ottobre 1997 pag. 128-129-130-131-132-133.