Enrico Tommaso De Paris
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LE OPERE-MONDO DI DE PARIS.
"Secondo i calcoli di M. Gerstenkorn, sviluppati da H. Alfven, i continenti terrestri
non sarebbero che frammenti della luna caduti sul nostro pianeta. La luna in origine
sarebbe stata anch'essa un pianeta gravitante intorno al sole, fino al momento in cui la
vicinanza della terra non fece deragliare la sua orbita. Catturata dalla gravitazione
terrestre, la luna s'accostò sempre più, stringendo la sua orbita attorno a noi. A
un certo momento la reciproca attrazione prese a deformare la superficie dei due corpi
celesti, sollevando onde altissime da cui si staccavano frammenti che vorticavano nello
spazio tra terra e luna, soprattutto frammenti di materia lunare che finivano per cadere
sulla terra. In seguito, per influsso delle maree, la luna fu spinta a riallontanarsi,
fino a raggiungere la sua orbita attuale. Ma una parte della massa lunare, forse la metà,
era rimasta sulla terra, formando i continenti."
Guardo i quadri più nuovi di Enrico
T. De Paris e mi viene in mente il primo racconto di un libro di Calvino, "Ti con
zero", quello che inizia con il brano che ho citato e che parla di quando la crosta
terrestre era tutta un'estensione continua "di nylon, di acciaio cromato, di ducotone
(...) d'asfalto, d'amianto, di cemento", insomma niente che fosse naturale. Poi si
avvicina la luna, che è invece un pianeta verde di acque e di terre, ed ecco che ci
ritroviamo addosso, intendo noi terrestri, tonnellate di clorofilla, rugiada e sostanze
azote, e sono centinaia di migliaia di secoli che cerchiamo di liberarcene e di
ricostruire quella primitiva, smisurata distesa di plastica, di lamiera e di cemento. In
certi quadri di Enrico T., la terra sembra dipinta proprio così, un momento prima che la
natura le piombi addosso dalla luna: deformata dall'irresistibile attrazione, i
grattacieli che partono come razzi le onde magnetiche così forti che si possono vedere.
I colori sono acidi,
brillanti, come si conviene ad un pianeta sintetico. Non c'è traccia di presenza umana,
ma forse sono tutti nelle case, a guardare dalle finestre cosa diavolo sta succedendo. In
quella sua cosmologia fantastica Calvino alterna, secondo una fortunata definizione di
Vittorini, "Realismo a carica fiabesca" e "Fiaba a carica realistica"
costruendo racconti fatti di puro ritmo, dove la realtà viene stilizzata e deformata in
pochi tratti. II dato possibile è sviluppato fino alla più impossibile delle
impossibilità. Anche le città di Enrico T. funzionano secondo questo meccanismo. II
movimento dell'immaginazione parte dal mondo ma lo vede con altri occhi: è ancora il
reale ed è già un'altra cosa, le immagini traducono un'esperienza, ma significano di
più e su un altro piano. E. T. De Paris utilizza spesso la parola "SIMBOLO", e
allora possiamo chiamarle così queste immagini immaginate, simboli, ed ecco che questi
simboli si mettono a vivere, sviluppano una logica propria, portano con sé una rete di
avvenimenti, impongono il loro tono, il loro linguaggio, che "Mira a favorire -
come mi scrive Enrico - non tanto la
ricezione di un significato preciso, quanto un alone di significati possibili, tutti
ugualmente imprecisi ed ugualmente validi, a seconda del grado di acutezza, di
ipersensibilità e di disposizione sentimentale dell'uomo".
Certo, una grossa parte nella nascita di queste immagini la fa il colore, intendo il
colore come materia della pittura, morbida, grassa, lucida, seducente, da intingerci il
pennello e farlo andare e non fermarsi mai e provare tutto, tutte le tecniche, i modi, le
espressioni, perchè no, tutto dentro lo stesso quadro, per dare al quadro lo stesso suono
del mondo, un'impressione di accumulo, un flusso di sensazioni diverse continuo e
velocissimo. L'idea iniziale sa farsi distrarre dalla materia e coinvolgere dalla gioia
della pittura, sfugge di mano e per inseguirla si deve dipingere e dipingere. Come dice
Nicola De Maria - e non lo cito a caso, ma perchè credo che il lavoro di Enrico abbia
qualche punto di accordo con il suo -" è impossibile fermarsi, bisogna dipingere
notte e giorno e lasciare che i pennelli appassionati vadano avanti da soli e seguire
questa ispirazione che non ha fame, che non ha sonno...". Enrico parla spesso di
positività, di amore per la vita in perenne movimento, parole che escludono la violenza
della storia, la bruttura, il dolore. Lui pensa che I'opera debba portare segnali
illuminanti, che debba raccogliere del mondo gli spunti inesauribili per sorridere alla
vita, che dipingere debba essere innanzi tutto un gesto emozionante. Non credo
all'ingenuità come attributo fondante del mito dell'artista. Credo che awerta invece la
responsabilità di trasmettere una valenza di energia positiva, la responsabilità di
un'arte che esprima un suo progetto sul mondo parlando di bellezza e di armonia. Voglio
dire di una nuova bellezza e di una nuova armonia che vivono nel disordine e nel rumore.
lo invece non riesco a non pensare con angoscia al presente, eppure sento la bellezza del
disordine, le sue possibilità, le combinazioni differenti, mutevoli, contraddittorie che
contiene. Una parola alla moda che si potrebbe usare è "coesistenza", per
parlare di come tante cose diverse oggi vivano insieme, e i confini tra I'una e I'altra
appaiano imprecisi, provvisori. Anche di questo racconta la pittura di De Paris, non solo
quando mette insieme segni, stili, tecniche diverse in uno stesso quadro, o quando gioca
con il fumetto o con I'illustrazione, o ancora quando fa incursione come dice lui, "Nei gerghi spettacolari del presente". La sua pittura racconta la bellezza del disordine soprattutto con il
sistema di relazioni mobili che costruisce dove non esistono punti di vista privilegiati o
centrali, dove non c'è un prima e un dopo ma un presente continuo, come un anello (LOOP)
che salda idee, progetti ed esperienze. Slitta continuamente anche la scala concettuale
del suo lavoro: da un lato si parla di verità e di bellezza, dall'altro lo humor e
I'ironia delle sue casette riconducono I'universo sublime del colore ad un mondo più
quotidiano, raggiungibile dai sensi, riconoscibile. Varia allo stesso modo anche la scala
operativa in cui Enrico T. lavora, nel rapporto che intercorre tra le sue piccole tele, i
polittici e i polittici che si fanno pareti, stanze, case, pittura abitabile, opere mondo
per rubare un'espressione che mi piace. Opere mondo* allora, e già la casa è come il
mondo, è il luogo deve stare, dove abitare, è un universo tangibile e fisicamente
finito, un rifugio, un grembo materno, un'estensione resa illimitata dalla fantasia. È
viaggiare senza muoversi perchè, dice ancora N. De Maria, "L'arte lo regala sul
serio il giro del mondo".
Cristiana Perrella
*Opere mondo, è il titolo di un libro di Franco Moretti pubblicato a Einaudi 1944
da "LOOP" Enrico
Tommaso De PAris a cura di Cristiana Perrella e Luca Beatrice
Ed. Galleria in Arco - Torino 1995