Francesco Casorati

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CRITICA

1996 - marchingegno sul paesaggio - olio su tela cm.70x70dalla presentazione di 11 pittori di Torino 1954
Francesco Casorati (e qui devo raccomandare di non cedere alla tentazione, troppo facile ma troppo semplicistica, di vedere in lui un mero «copiatore» di suo padre; non è questo il luogo più adatto per dilungarsi a precisare il rapporto tra il suo mondo personale e quello di Felice Casorati, cosa che si potrà fare in altra sede: qui basti sottolineare, che non si tratta di pedissequa imitazione, ma di libera e personale trasformazione) occupa, come già si è detto, una posizione isolata che non trova riscontro nella produzione narrativa dei suoi amici: rispetto ai quali, quasi tutti orientati - anche i «concretisti» - verso formulazioni di cronaca, autobiografiche e descrittive, si differenzia per il suo carattere di «inventore di miti». Inventore di miti suo malgrado, se le sue predilezioni per la prosa, e proprio per una prosa fondata sulla solidezza della tecnica, sullo splendore del colore, sulla padronanza -quasi secondo canoni accademici- del «mestiere» e sulla correttezza di «pittore senza errori», sono evidentemente dichiarate, non fosse altro che nella scelta dei quadri nei quali impegna il suo nome alle esposizioni, per non parlare della sua «persona sociale», bene lontana per fortuna, da atteggiamenti profetici e divinatori. Eppure suo malgrado, nei momenti migliori della sua pittura si avverte, al di là del gioco fiabesco e delle «trovate» concettuali, il «salto» da una piacevole e magari truccata favola a un vero mito: incontro inaspettato e scoperta quasi miracolosa, di una «dimensione» magica, che ci introduce in uno «spazio» mitico e, come tale, poetico, nel senso migliore (magari surrealistico) del termine.
E questo è il significato per ora il più costruttivo della sua opera che, anche se si articolerà in altre e diverse direzioni, ha già al suo attivo questo «primo periodo» di pittura «mitica».
Lucio Cabutti

dalla presentazione di gruppo alla San Matteo di Genova 1955
Molti anni fa - quasi venticìnque - alcuni giovani pittori amici, i «Sei» di Torino, appendevano i loro quadri alle pareti del «Circolo della Stampa» le cui finestre si aprivano sulla stupenda piazzetta di San Matteo, proprio accanto a quelle della galleria che ospita oggi un altro gruppetto di giovani pittori torinesi. AIlora, come oggi, molti sogni e molte speranze, una fede intransigente nell'arte, una risoluta simpatia verso nuove esperienze, e la beata spericolatezza degli anni verdi.
AI ricordo di quelle lontane prove, di quella prima ventata di tramontana per Genova, che ci trovò in non dimenticate serate nelle trattorie di Sottoripa e in certe sorprendenti passeggiate su per i carrugi in faccia al porto con Adriano Grande, con Camillo Sbarbaro, con Montale, mi torna alla mente; perchè i giovani d'oggi sono con vari fili legati a quelli d'un tempo. Uno, Mauro Chessa, è figlio del nostro caro Gigi di allora; gli altri sono chi più chi meno cresciuti negli studi dell'Accademia Albertina accanto a Casorati, a Menzio, a chi scrive.
Tutti rappresentano in certo modo una nuova generazione di pittori dopo quella dei «Sei», che a sua volta si svolgeva da quella di Felice Casorati. Ecco perchè oggi con naturale affetto con una , certa trepidazione - e un pizzico di patetica sorpresa per gli anni così presto trascorsi - i pittori del 1930 - e posso aggiungere Carlo Levi anche se ormai romano e anche Nicola Galante - potrebbero legittimamente presentare agli amici genovesi questi loro giovani amici: perchè quelli guardino a questi e alle loro opere con naturale simpatia e li seguano nelle loro esperienze, nelle loro ricerche che di giorno in giorno vanno maturandosi e arricchendosi e sono spiritualmente quelle che costituiscono i caratteri della pittura piemontese - almeno di una certa pittura piemontese e italiana - di questi ultimi lustri: anche se assai diversa, e diversamente tra loro stesse orientate quando non addirittura divergenti, ne siano le forme e gli interessi. Tali e tanti oggi questi interessi e queste forme che, veramente, la buona pittura sarà forse quella la cui definizione sarà meno oggettivabile, ma ricca in se medesima e umana. Sarà dunque bene che anche questi quadri siano giudicati al di fuori di quello che possono apparire, ma per quello che sono: per quanto hanno di raggiunto e per le speranze che portano.
Enrico Paulucci

da L'Unità, 29 ottobre 1960
Alla Galleria delle Ore (Via Fiori Chiari 18) espone il giovane pittore torinese Casorati Pavarolo. Dagli ultimi quadri, che vedemmo qualche anno fa, si nota nelI'ultima produzione di Casorati una maggiore scioltezza, sia nel modo di disporre I'immagine che nell'uso del colore ormai libero dalla rigidità delle campiture.
Una remota suggestione liberty accompagna questa pittura. Casorati cerca di ancorare il suo mondo poetico a una dolce favola, dove la realtà sia filtrata da una fantasia che predilige una misura di quiete e di staticità a qualsiasi forma di esasperazione. II fiume, il cielo, la casa: questa è la sua tematica fondamentale. Un lirismo contemplativo, dunque, il suo.
E il colore concorre a creare, con la sua concentrata intensità, questo clima di silenzio, di calma diffusa, di ordine fantastico. Nell'ambito di questa poetica alcuni risultati raggiungono una definizione coerente come le Barche volanti più grandi, la Natura morta sul cassetfone e un paesaggio orizzontale in verde. Nei disegni il processo di liberazione dalla eccessiva rigidità precedente è ancora più palese.
Mario De Micheli

da Paese Sera, 25 gennaio 1962
Francesco Casorati Pavarolo, figlio di Felice Casorati, è pittore che, forse proprio a motivo della vicinanza dell'arte paterna, ha faticato di più a trovaré la sua strada; e le ombre di questa fatica appaiono ancora qua e là nei suoi dipinti.
Le sue figurazioni si muovono però in virtù di una interna e rinnovata disciplina e tendono, il più delle volte, con fervido garbo a superare una certa condizione di immobilità: ora le sue reti di immagini appaiono geometriche come in un contrappunto ostoricoo (come in Paesaggio rosso) ora assumono piacevolezza di favola (come in Immagini sotto I'aquilone) o di racconto; ora di gioiosa partecipazione a una realtà di nature morte, vista e presa come, appunto nella bella Natura morta.
Marcello Venturoli

dalla presentazione alla 31° Biennale di Venezia 1962
Per naturale temperamento contemplativo Francesco Casorati Pavarolo è incline a un'arte di visione: con un senso intimo del ricordo, che tende a decantarsi.
Ma anche il primo ambiente formativo - a contatto col padre, Felice Casorati - ha inciso su questa sua tendenza: dagli esempi paterni ha appreso infatti il sottile distacco dell'immagine, la possibilità di guardarla con lucida intuizione anche critica, e in genere il metodo compositivo, che raramente si affida alla corsività più immediata e che esclude quindi I'automatismo del gesto. Ma c'è, in lui, una trepidazione diversa: le sue immagini sono variazioni di un ricordo come presenza lunare, che diventa estrosa proiezione di favola metafisica. I personaggi, pur nei loro movimenti accidentali, e i vari elementi compositivi, tendono all'essenza: da qui un bisogno di servirsi di zone piatte, con un ritmo di struttura geometrica e di una grafia fermata con distacco. L'accento intimista, tuttavia, finisce col risolvere questo senso di favola metafisica in un lucido stato d'animo, che se nella pittura si vale di colori allusivi nel predominio dei viola, verdi, grigi che creano intarsi - nelle incisioni si attua in maniera più monodica, con semplificazione di mezzi. II segno, anche quando diventa più sottile, è sempre pittorico, e muovendosi nei richiami degli spazi riesce a evocare la carica emotiva, che in Francesco Casorati è sempre contenuta, ma tesa, se pure filtrata con penetrante azione mentale. Una presenza dunque in sordina, ma che si fa sentire, attraverso queste incisioni, con autonomia di lìrìco sottile.
Italo Calvino e Guido Ballo

da L'Unità, 2 novembre 1966
Penso sia una sorpresa, ed una lieta sorpresa, questa personale di Francesco Casorati alla «Bussola». E non certo per un «nuovo corso» della sua pittura che di fatto non ci potrebbe essere, nè per un ritorno a quella morbida mitologia dell'infanzia in cui sembrava qualche anno fa completamente chiusa la sua pittura. Se mai per le ragioni contrarie: per la sua capacità di non tuffarsi poi troppo nelle facili avventure della propria inclinazione alla fiaba, controllandone e spiegandone il meccanismo, costruendo un racconto che all'abbandono sostituisca un semplice e rigoroso strutturarsi di elementi.
Si sa che quella di Casorati è una favolosità insieme elencatoria di oggetti minuziosamente catalogati, e scenica, per la sua disposizione per quinte di teatro, per minuscole scenografie. Le ricerche su un possibile «significato» del racconto figurale, fatte in questi anni lo hanno ora portato a fondere questi due aspetti dando alla narrazione un legame e un controllo degli oggetti fra di loro secondo un sottile, e ironico, disegno formale, senza mai tradire la freschezza istintiva del narrato.
Nelle tele migliori si è spento quel colore troppo zeppo e languido dei vecchi quadri, e il gioco emotivo è distribuito con una libertà davvero notevole. Come notevoli sono le sei incisioni che, da una cartella scioccamente e goffamente impaginata e impacchettata, egli ha tratto fuori per questa mostra: una cartella su cui bisognerà tornare dal momento che fa parte di una serie di proposte di gíovani pittori spericolatamente buttati in un'impresa di «lusso» che ad essi davvero non compete, e che sta solo a dimostrare una bella insipienza commerciale. Sia come si sia per I'impresa economica che la edita, la serie di incisioni con la loro gamma di piani in cui si svolge e si annoda e sviluppa il racconto è davvero notevole, specie in certe scelte orfane di colore che riassorbono in un'aura lontana e goduta il disegno.
Paolo Fossati 

da Stampa Sera, 8 novembre 1966
Una nuova parola circola da qualche tempo negli ambienti artistici: disimpegno, termine col quale si vuole alludere al fatto che un certo impegno politico - bruciate rapidamente le cariche dei discutibili suoi contenuti e visto forse anche i pericoli - è tornato a cedere il passo a più libere fonti ispiratrici.
Se ne ha la riprova nella «personale» di Francesco Casorati allestita alla «Bussola». Una mostra che felicemente rivela il suo nuovo corso già coi gruppi di recenti incisioni esposte nella saletta d'ingresso.
Sono le sei tavole della cartella pubblicata in questi giorni nella collana di grafica contemporanea intitolata «Nuova Rassegna» cui ha dato vita Maria Antonietta Rubatto esordendo con la serie di libere variazioni incise da Sergio Minero sul tema del celebre «Balcon» di Manet.
Le pagine del giovane Casorati, forse anche meglio calibrate di alcuni dei dipinti nati evidentemente da un unico momento creativo, confermano il fruttuoso ritorno al mondo fiabesco caro alla sua infanzia nella quale affondano le radici di una sincera vocazione pittorica. I suoi uomini-pupazzi, che sanno di pezza e di plastica, le astronavi e la capsula spaziale che finisce magari su un mucchio di vecchie cosel, il lento sfilare di un convoglio navale, alto sull'orizzonte sopra il quale stende il mosso suo mare di fumo, mentre tra le onde dove una nave s'inabissa si alzano testa, mani e gambe d'un curioso naufrago gesticolante, appaiono come se fossero immagini proiettate su uno schermo, in una divertita pantomima.
Basta a volte un particolare per intendere il senso di queste opere: il cuoco appostato tra i camini, col berrettino bianco che trova rispondenza nel frullare dell'elica di un vecchio aeroplano, quel mare immobile, piatto, rotto soltanto dal riflesso alonato di tante stelle; o il nodoso intrico d'una floreale cornice di glicine. Ma vi si coglie soprattutto lo spirito visionario dell'autore, col suo naturale retaggio di esperienze, I'aperta curiosità per ogni fatto di cultura, e il bisogno d'un dialogo col mondo che lo circonda: un dialogo in cui Francesco Casorati viene di volta in volta mescolando, quasi con noncuranza, il pizzico d'ironia, e la vena malinconica, I'estrosa mobilità, insomma, del suo temperamento.
Angelo Dragone

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