Francesco Casorati
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CRITICA
dalla presentazione di 11 pittori di Torino
1954
Francesco Casorati (e qui devo raccomandare di non cedere alla tentazione,
troppo facile ma troppo semplicistica, di vedere in lui un mero «copiatore» di
suo padre; non è questo il luogo più adatto per dilungarsi a precisare il rapporto tra
il suo mondo personale e quello di Felice Casorati, cosa che si potrà fare in altra sede:
qui basti sottolineare, che non si tratta di pedissequa imitazione, ma di libera e
personale trasformazione) occupa, come già si è detto, una posizione isolata che non
trova riscontro nella produzione narrativa dei suoi amici: rispetto ai quali, quasi tutti
orientati - anche i «concretisti» - verso formulazioni di cronaca, autobiografiche e
descrittive, si differenzia per il suo carattere di «inventore di miti».
Inventore di miti suo malgrado, se le sue predilezioni per la prosa, e proprio per
una prosa fondata sulla solidezza della tecnica, sullo splendore del colore, sulla
padronanza -quasi secondo canoni accademici- del «mestiere» e sulla correttezza di
«pittore senza errori», sono evidentemente dichiarate, non fosse altro che nella scelta
dei quadri nei quali impegna il suo nome alle esposizioni, per non parlare della sua
«persona sociale», bene lontana per fortuna, da atteggiamenti profetici e divinatori.
Eppure suo malgrado, nei momenti migliori della sua pittura si avverte, al di là del
gioco fiabesco e delle «trovate» concettuali, il «salto» da una piacevole e magari
truccata favola a un vero mito: incontro inaspettato e scoperta quasi miracolosa, di una
«dimensione» magica, che ci introduce in uno «spazio» mitico e, come tale, poetico,
nel senso migliore (magari surrealistico) del termine.
E questo è il significato per ora il più costruttivo della sua opera che, anche se
si articolerà in altre e diverse direzioni, ha già al suo attivo questo «primo
periodo» di pittura «mitica».
Lucio Cabutti
dalla presentazione di gruppo alla San Matteo di
Genova 1955
Molti anni fa - quasi venticìnque - alcuni giovani pittori amici, i «Sei»
di Torino, appendevano i loro quadri alle pareti del «Circolo della Stampa» le cui
finestre si aprivano sulla stupenda piazzetta di San Matteo, proprio accanto a quelle
della galleria che ospita oggi un altro gruppetto di giovani pittori torinesi. AIlora,
come oggi, molti sogni e molte speranze, una fede intransigente nell'arte, una risoluta
simpatia verso nuove esperienze, e la beata spericolatezza degli anni verdi.
AI ricordo di quelle lontane prove, di quella prima ventata di tramontana per Genova,
che ci trovò in non dimenticate serate nelle trattorie di Sottoripa e in certe
sorprendenti passeggiate su per i carrugi in faccia al porto con Adriano Grande, con
Camillo Sbarbaro, con Montale, mi torna alla mente; perchè i giovani d'oggi sono con vari
fili legati a quelli d'un tempo. Uno, Mauro Chessa, è figlio del nostro caro Gigi di
allora; gli altri sono chi più chi meno cresciuti negli studi dell'Accademia Albertina
accanto a Casorati, a Menzio, a chi scrive.
Tutti rappresentano in certo modo una nuova generazione di pittori dopo quella dei
«Sei», che a sua volta si svolgeva da quella di Felice Casorati. Ecco perchè oggi con
naturale affetto con una , certa trepidazione - e un pizzico di patetica sorpresa per gli
anni così presto trascorsi - i pittori del 1930 - e posso aggiungere Carlo Levi anche se
ormai romano e anche Nicola Galante - potrebbero legittimamente presentare agli amici
genovesi questi loro giovani amici: perchè quelli guardino a questi e alle loro opere con
naturale simpatia e li seguano nelle loro esperienze, nelle loro ricerche che di giorno in
giorno vanno maturandosi e arricchendosi e sono spiritualmente quelle che costituiscono i
caratteri della pittura piemontese - almeno di una certa pittura piemontese e italiana -
di questi ultimi lustri: anche se assai diversa, e diversamente tra loro stesse orientate
quando non addirittura divergenti, ne siano le forme e gli interessi. Tali e tanti oggi
questi interessi e queste forme che, veramente, la buona pittura sarà forse quella la cui
definizione sarà meno oggettivabile, ma ricca in se medesima e umana. Sarà dunque bene
che anche questi quadri siano giudicati al di fuori di quello che possono apparire, ma per
quello che sono: per quanto hanno di raggiunto e per le speranze che portano.
Enrico Paulucci
da L'Unità, 29 ottobre 1960
Alla Galleria delle Ore (Via Fiori Chiari 18) espone il giovane pittore
torinese Casorati Pavarolo. Dagli ultimi quadri, che vedemmo qualche anno fa, si nota
nelI'ultima produzione di Casorati una maggiore scioltezza, sia nel modo di disporre
I'immagine che nell'uso del colore ormai libero dalla rigidità delle campiture.
Una remota suggestione liberty accompagna questa pittura. Casorati cerca di ancorare
il suo mondo poetico a una dolce favola, dove la realtà sia filtrata da una fantasia che
predilige una misura di quiete e di staticità a qualsiasi forma di esasperazione. II
fiume, il cielo, la casa: questa è la sua tematica fondamentale. Un lirismo
contemplativo, dunque, il suo.
E il colore concorre a creare, con la sua concentrata intensità, questo clima di
silenzio, di calma diffusa, di ordine fantastico. Nell'ambito di questa poetica alcuni
risultati raggiungono una definizione coerente come le Barche volanti più grandi, la
Natura morta sul cassetfone e un paesaggio orizzontale in verde. Nei disegni il processo
di liberazione dalla eccessiva rigidità precedente è ancora più palese.
Mario De Micheli
da Paese Sera, 25 gennaio 1962
Francesco Casorati Pavarolo, figlio di Felice Casorati, è pittore che, forse
proprio a motivo della vicinanza dell'arte paterna, ha faticato di più a trovaré la sua
strada; e le ombre di questa fatica appaiono ancora qua e là nei suoi dipinti.
Le sue figurazioni si muovono però in virtù di una interna e rinnovata disciplina e
tendono, il più delle volte, con fervido garbo a superare una certa condizione di
immobilità: ora le sue reti di immagini appaiono geometriche come in un contrappunto
ostoricoo (come in Paesaggio rosso) ora assumono piacevolezza di favola (come in Immagini
sotto I'aquilone) o di racconto; ora di gioiosa partecipazione a una realtà di nature
morte, vista e presa come, appunto nella bella Natura morta.
Marcello Venturoli
dalla presentazione alla 31° Biennale di Venezia
1962
Per naturale temperamento contemplativo Francesco Casorati Pavarolo è incline
a un'arte di visione: con un senso intimo del ricordo, che tende a decantarsi.
Ma anche il primo ambiente formativo - a contatto col padre, Felice Casorati - ha
inciso su questa sua tendenza: dagli esempi paterni ha appreso infatti il sottile distacco
dell'immagine, la possibilità di guardarla con lucida intuizione anche critica, e in
genere il metodo compositivo, che raramente si affida alla corsività più immediata e che
esclude quindi I'automatismo del gesto. Ma c'è, in lui, una trepidazione diversa: le sue
immagini sono variazioni di un ricordo come presenza lunare, che diventa estrosa
proiezione di favola metafisica. I personaggi, pur nei loro movimenti accidentali, e i
vari elementi compositivi, tendono all'essenza: da qui un bisogno di servirsi di zone
piatte, con un ritmo di struttura geometrica e di una grafia fermata con distacco.
L'accento intimista, tuttavia, finisce col risolvere questo senso di favola metafisica in
un lucido stato d'animo, che se nella pittura si vale di colori allusivi nel predominio
dei viola, verdi, grigi che creano intarsi - nelle incisioni si attua in maniera più
monodica, con semplificazione di mezzi. II segno, anche quando diventa più sottile, è
sempre pittorico, e muovendosi nei richiami degli spazi riesce a evocare la carica
emotiva, che in Francesco Casorati è sempre contenuta, ma tesa, se pure filtrata con
penetrante azione mentale. Una presenza dunque in sordina, ma che si fa sentire,
attraverso queste incisioni, con autonomia di lìrìco sottile.
Italo Calvino e Guido Ballo
da L'Unità, 2 novembre 1966
Penso sia una sorpresa, ed una lieta sorpresa, questa personale di Francesco
Casorati alla «Bussola». E non certo per un «nuovo corso» della sua pittura che di
fatto non ci potrebbe essere, nè per un ritorno a quella morbida mitologia dell'infanzia
in cui sembrava qualche anno fa completamente chiusa la sua pittura. Se mai per le ragioni
contrarie: per la sua capacità di non tuffarsi poi troppo nelle facili avventure della
propria inclinazione alla fiaba, controllandone e spiegandone il meccanismo, costruendo un
racconto che all'abbandono sostituisca un semplice e rigoroso strutturarsi di elementi.
Si sa che quella di Casorati è una favolosità insieme elencatoria di oggetti
minuziosamente catalogati, e scenica, per la sua disposizione per quinte di teatro, per
minuscole scenografie. Le ricerche su un possibile «significato» del racconto figurale,
fatte in questi anni lo hanno ora portato a fondere questi due aspetti dando alla
narrazione un legame e un controllo degli oggetti fra di loro secondo un sottile, e
ironico, disegno formale, senza mai tradire la freschezza istintiva del narrato.
Nelle tele migliori si è spento quel colore troppo zeppo e languido dei vecchi
quadri, e il gioco emotivo è distribuito con una libertà davvero notevole. Come notevoli
sono le sei incisioni che, da una cartella scioccamente e goffamente impaginata e
impacchettata, egli ha tratto fuori per questa mostra: una cartella su cui bisognerà
tornare dal momento che fa parte di una serie di proposte di gíovani pittori
spericolatamente buttati in un'impresa di «lusso» che ad essi davvero non compete, e che
sta solo a dimostrare una bella insipienza commerciale. Sia come si sia per I'impresa
economica che la edita, la serie di incisioni con la loro gamma di piani in cui si svolge
e si annoda e sviluppa il racconto è davvero notevole, specie in certe scelte orfane di
colore che riassorbono in un'aura lontana e goduta il disegno.
Paolo Fossati
da Stampa Sera, 8 novembre 1966
Una nuova parola circola da qualche tempo negli ambienti artistici: disimpegno,
termine col quale si vuole alludere al fatto che un certo impegno politico - bruciate
rapidamente le cariche dei discutibili suoi contenuti e visto forse anche i pericoli - è
tornato a cedere il passo a più libere fonti ispiratrici.
Se ne ha la riprova nella «personale» di Francesco Casorati allestita alla
«Bussola». Una mostra che felicemente rivela il suo nuovo corso già coi gruppi di
recenti incisioni esposte nella saletta d'ingresso.
Sono le sei tavole della cartella pubblicata in questi giorni nella collana di
grafica contemporanea intitolata «Nuova Rassegna» cui ha dato vita Maria Antonietta
Rubatto esordendo con la serie di libere variazioni incise da Sergio Minero sul tema del
celebre «Balcon» di Manet.
Le pagine del giovane Casorati, forse anche meglio calibrate di alcuni dei dipinti
nati evidentemente da un unico momento creativo, confermano il fruttuoso ritorno al mondo
fiabesco caro alla sua infanzia nella quale affondano le radici di una sincera vocazione
pittorica. I suoi uomini-pupazzi, che sanno di pezza e di plastica, le astronavi e la
capsula spaziale che finisce magari su un mucchio di vecchie cosel, il lento sfilare di un
convoglio navale, alto sull'orizzonte sopra il quale stende il mosso suo mare di fumo,
mentre tra le onde dove una nave s'inabissa si alzano testa, mani e gambe d'un curioso
naufrago gesticolante, appaiono come se fossero immagini proiettate su uno schermo, in una
divertita pantomima.
Basta a volte un particolare per intendere il senso di queste opere: il cuoco
appostato tra i camini, col berrettino bianco che trova rispondenza nel frullare
dell'elica di un vecchio aeroplano, quel mare immobile, piatto, rotto soltanto dal
riflesso alonato di tante stelle; o il nodoso intrico d'una floreale cornice di glicine.
Ma vi si coglie soprattutto lo spirito visionario dell'autore, col suo naturale retaggio
di esperienze, I'aperta curiosità per ogni fatto di cultura, e il bisogno d'un dialogo
col mondo che lo circonda: un dialogo in cui Francesco Casorati viene di volta in volta
mescolando, quasi con noncuranza, il pizzico d'ironia, e la vena malinconica, I'estrosa
mobilità, insomma, del suo temperamento.
Angelo Dragone
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