Francesco Casorati
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Acquerelli
Parliamo subito dell'acquarello, della
tecnica di questi fogli recentissimi di Casorati. In sede di cronaca la faccenda è subito
archiviata, magari con una punta di stupore, se è vero che solo ora Casorati «usa»
l'acquarello con sistematicità, e lo elegge a «mezzo» rappresentativo fra quanti, e
sono molti, ha usati ed usa (e anche qui ci vorrebbero le virgolette, ma è inutile
insistere a virgolettare, in sede di tecnica, i verbi di uso. Voglio dire che occorre fare
attenzione, le tecniche non si usano per qualche fine già chiaro ed evidente, ma si
scelgono in qualità di accompagnatrici e di guide, dí coordinatori e registi. È ben
altra faccenda, credo, l'usare l'oilio o la matita, l'acrilico o, ed è il nostro caso,
l'acquarello).
Siamo ad apertura di capitolo:
Casorati e l'acquarello, dopo Casorati pittore, grafico, scenografo, ecc. ecc. La
cronaca si arresta qui; la lettura dei fogli (provi chi sta leggendo a ripasserseli con
calma prima di proseguire ad inciampare in queste righe a margine) suggerísce che questa
cronaca ha almeno un aspetto singolare. La singolarità di stare assistendo ad un
incontro: i temi, i motivi, le immagíni, infine le figure del gioco di Casorati vanno
incontro a questa tecnica come ad una polpa (come dire?: a un contenuto) che è loro
proprio, e che era di fatto atteso.
Un gioco nel gioco, e, logicamente nel caso del lavoro casoratiano, un ulteriore
gioco delle parti. Questo pittore che lavora sulle illusioni del «trompe-l'oeil» come su
uno scardinamento e uno spaesamento logico, e, insomma, lavora a livello di
«trompe-l'esprit», si trova a inserire nella sua partitura un incontro improgrammabile
ed indispensabile. Da un lato un preciso "ordre des choses", dall'altro
l'acquarello.
Un ordine casoratiano: e il cartiglio di questo ordine potrebbe essere "qui
réve trop librement, perd le regard; qui dessine trop bien perd les songes de la
profondeur". Dicevo che le figure incontrano la loro polpa.
Non è una metafora troppo ardita, è solo una citazione: vuol dire che Casorati
usando o facendosi usare dall'acquarello ha portato avanti, e non poco, una sua
esplorazione di simboli e metafore. E simboli e metafore sono certo uccelli e navi, città
e giocattoli, cartoncini e cieli, così come simbolico e metaforico è, in concreto, il
gioco, ma resta da riaffermare dove simboli e metafore hanno la loro radice, di che cosa
sono segni e rimandi e moltiplicazione.
Voglio dire: gioco, carte da gioco, figure di carte, e va bene, come va bene elencare
pere e mele e uva in una natura morta o figure e lenzuoli in una scena di nudo. Ma poi il
dato risolutore, la polpa, della natura morta sarà il tavolo su cui poggia, quella certa
inclinazione prospettica e deformazione dello sguardo per seguirne le vicende, che è la
base d'appoggio, tavola, piatto o supporto che sia. Diciamo, rapidamente: un contenuto; ma
anche metafora e simboli.
Provo a spiegarmi citando. Chi sia l'autore di cosi fine indicazione di lavoro è
perfino troppo facile capire, e, quindi, valga solo il suo scritto. Che, più ironico che
polemico, procede così: la bella pittura, dice, non è mai nel colore macinato e diluito
e poi lasciato ad asciugare sopra una superficie. La bella pittura è una polpa di
bellissima qualità tinta con del colore. Ora, in ogni polpa che si rispetti, sia quella
di una pera e di una mela o quella del pane o del corpo umano, vi è sempre una forte
percentuale d'acqua. Senza l'acqua non esiste bellezza e buona qualità della materia.
Viene voglia di chiosare, a nostro uso e consumo, cíoè ad intelligenza dei fogli di
Casorati: la pittura non è nel colore, ma è una polpa. Tecnica non di servizío ma di
contenuto, se la polpa deve, o può, rimandare alla mela, al corpo, al pane (e siamo al
centro di ciò che ho appena definito l'incontro tra "tema" e
"materia").
Casorati, tanto per ragionare ora in presa diretta, ha giocato da tempo una carta
difficile: ha bloccato immagini e figure in una (finta, ovviamente) emblematicità, in
schemi di elementare fissità. Carta difficile perché si sa con quanta indifferenza è
accolta l'idea di un pittore che si imprigiona con i propri codici, con le proprie figure,
con la propria grammatica in uno spazio in cui tessere la sua tela, raccontare la sua
fiaba, fare il suo lavoro. Scambiare per immobilità quei commutatori di energia, quegli
accumulatori silenziosi che sono le opere di Casorati è uno sport perfino nobile;
accomunarlo a una pittura minore di conservazione è logica diffusa. Ebbene, acquerelli
alla mano, sia lecito dimostrare: il gioco che Casorati gioca è assai più complesso e
difficile, e, non a caso, per ragioni di contenuto, cioè di polpa, di possibilità di
íncontro e di incastro, di necessario limite a cui la pittura tende. È la materia stessa
di una ispirazione figurativa.
Dunque, diremo che in queste pagine non solo si gioca un gioco, del tipo che lascia
qualche interrogativo stemperato come un'ombra (la vieille folie était encore en route?),
ma narra di un incontro di parti che risale il gioco e lo riporta altrove, lo àncora a
qualche motivo preciso, lo radica senza per questo concluderlo o definirlo (et leur
chanson se méle au claire de lune: un'altra citazione, certo; e valga a dare il tono,
voglio dire la pulizia mentale, delle stesure scritture di questi fogli, carboncino
inchiostro e acquarello, con qualche segnale di tempera o di acrilico).
Attenti a questo incontro e ai suoi segnali, non ultimo la musica lentissima che fa
scivolare fra le parti in campo: non è solo incontro singolare, ma è un momento
importante di una esplorazione che mi pare, a sua volta, importante.
Un'ottima occasione (e di che qualità, dico; di che polpa!) per riaprirne il
discorso come quello di un vero e proprio caso.
Voglio dire: connaissez-vous Francesco Casorati?
Paolo Fossati
da Carta su carta a cura di P. Fossati Ed. Le immagini - Torino 1987