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Con la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento ha avuto luogo un
fenomeno importante tanto per l'arte quanto per la cultura in senso ampio,
ma anche per il tortuoso sviluppo di una consapevolezza sociale che
purtroppo, come dimostrano i recenti fatti di Parigi, ancora oggi non ha
raggiunto il livello di maturazione da molti auspicata. Quello che
avvenne, fu un connubio tra il forte impulso di una giovane e vitale
scienza come la psicologia, e il vasto mondo dell'arte, in tutte le sue
molteplici e variegate declinazioni. Quello che ne risultò fu un impasto
estremamente ricco e complesso, che a partire dalle scoperte di Freud e
colleghi, sarebbe stato l'ingrediente fondamentale per la nascita di un
nuovo e moderno antropocentrismo. Certo, perché il grande protagonista
del secolo scorso è stato proprio l'uomo, un uomo che ha deciso di
scoprire se stesso e il suo rapporto con il mondo, un uomo che ha
cominciato ad imparare a riconoscere i suoi limiti, che ha messo alla
prova le convenzioni di un ordine prestabilito dimostrando la forza di
certe idee, un uomo, insomma, quello del Novecento, che cerca di vivere in
maniera critica il suo essere un animale sociale. E certo, la psicologia
è stata importante, perché al di là dei casi specifici la cui influenza
è palesemente riconoscibile, possiamo affermare che questa nuova scienza
abbia fornito gli strumenti per una consapevolezza del sé e del sociale
sempre più approfondita, e che insomma abbia aiutato l'affermazione di
tutti quei presupposti per lo sviluppo di un moderno sistema sociale.
L'arte contemporanea ha visto in questa nuova attenzione per l'uomo e per
il suo mondo, una risposta a tutte quelle tensioni che da tempo gli
artisti andavano manifestando, e ne ha fatto uno dei suoi prediletti
cavalli di battaglia. Ecco allora che cos'é questo nuovo
antropocentrismo, è la volontà di conoscere anche attraverso l'arte,
l'essere umano in tutta la sua complessità umana e sociale. Varie
esperienze nacquero sulla base di tale necessità, come ad esempio gli
studi di August Sander sulla composizione della società tedesca, una
società di inizio secolo che veniva fotografata dal suo attento
obbiettivo per poter fornire una sorta di antropologia sociale.
Col passare del tempo, tuttavia, aumentava anche la complessità
dell'approccio umano nei confronti dei propri simili, perciò a delle
indagini su larga scala, si cominciarono a preferire degli studi che si
soffermassero maggiormente sulla natura prettamente umana della società.
Ecco allora Diane Arbus, con un'indagine volta a documentare la diversità
e gli eccessi cui l'uomo tende per natura o per deviazione, oppure
Dorothea Lange, che documentò i cambiamenti avvenuti in seguito alla
grande crisi del 1929 lavorando come fotografa per il Rural Resettlement
Administration.
In anni più recenti l'attenzione si è rivolta verso direzioni
molteplici, ma, ai fini della nostra analisi, forse alcuni sembrano
emergere più di altri, per parentela o per contrasto: Thomas Struth e
Thomas Ruff hanno voluto creare il vuoto intorno ai ritratti dei
personaggi che sceglievano, mostrando una società sempre più veloce e
superficiale, in cui anche l'uomo perde la consistenza della sua
personalità sino a divenire un essere totalmente anonimo. Nan Goldin,
invece, predilige le situazioni estreme, il delirio di certe feste
sfrenate, l'esibizione di una sessualità ambigua, colorata ed eccentrica.
E se di colore ed eccentricità sono intrisi anche i lavori di Dario
Colombo, molte precisazioni vanno fatte, perché il suo è un
antropocentrismo tutto particolare, è un'attenzione nei confronti del
genere, che certo tiene conto di tutta la tradizione di cui si è parlato,
ma che si muove in maniera autonoma e verso direzioni diverse, perché non
si tratta più di denunciare il rischio dell'anonimato verso cui ci porta
la società di massa come per Struth e Ruff, e neanche di attivare una
reazione nei confronti di situazioni umane difficili, come per Arbus, o di
allontanare ogni forma di giudizio etico sui comportamenti sessuali. Per
Colombo il discorso è differente, perché quello che emerge dai suoi
lavori, è piuttosto la necessità di soffermarsi a riflettere sulla
propria identità di uomini, è la volontà di mettere in moto una
ricognizione sul concetto di genere, di realtà non psicologica, ma umana,
una realtà, insomma, non individuale, ma universale, intima dell'uomo
inteso come specie. Ecco allora che dare uno sguardo d'insieme al corpus
di opere dell'artista, significa seguire una strada che si sofferma ogni
volta su aspetti diversi, ma che vanno a formare un percorso complesso,
uno studio dall'impianto attento e raffinato, in cui i rimandi con la
storia della cultura si legano con quell'indagine di cui si è appena
detto.
Ma non solo, perché l'uso della fotografia si unisce ad un gusto
particolare, al richiamo del colore, della composizione, e della forma,
così due diverse concettualità come quella della pittura e del mezzo
fotografico, si incontrano attivando un interessante gioco dialettico di
parentele e contrasti, che nel continuo confronto riesce a trasformarsi in
una forza vitale travolgente, che appassiona lo spettatore, incuriosito
dal richiamo umano ed estetico dei lavori.
E allora ecco la serie sul sesso, un insieme di immagini tratte da video
ripresi in sale cinematografiche per soli adulti, immagini sfocate, ma
accattivanti anche a causa della loro scarsa nitidezza, di quel senso del
proibito che trapela dall'impianto formale, dalla geometria di quei corpi
che nella letteratura visiva del porno manifestano una libertà e una
disinvoltura, che stridono con una costruzione scenografica costruita e
poco naturale, un po', forse, come nella vita normale istinto e giudizio
etico-sociale. Questo incontro tra desideri contrastanti c'è anche nella
serie dedicata ai killer, in cui però, insieme all'appeal e al timore
reverenziale che questi volti sanno suscitare, si unisce in maniera più
lampante la dimensione del colore, un colore che viene utilizzato per
enfatizzare quei dettagli, come gli occhiali scuri, che rendono il
ritratto ancora più intrigante. E poi, ad accentuare ancora di più, se
possibile, tutto questo fascino misterioso, concorre l'attenzione per il
genere del ritratto, un genere che da qui in poi sarà fondamentale, che
già nella serie dedicata ai bambini si era manifestata in tutta la sua
forza, rivelando, tra l'altro, un certo caravaggismo di fondo, nel suo
concentrarsi su luci radenti e su espressioni e particolarità che si
manifestano senza vergogna in tutta la loro serena sincerità. Ecco allora
che torna quell'antropocentrismo che per Colombo è un fatto
principalmente di umanità, di rivelazione anche di gesti minimi e
quotidiani, che pure vengono documentati nella serie dedicata al sud, ma
che si manifesta anche nella creatura innocente per antonomasia, un
bambino, oppure negli istinti latenti che fanno parte del suo essere
animale, come il sesso e la violenza. Ma poi ci sono anche la tradizione,
il ricordo, l'ambiente: ecco cos'è il sud di Dario Colombo, è la
ricchezza di un contesto che vive di relazioni, di contatti, ma anche di
passato, di storia, di un patrimonio che altrove è molto più debole. È
un'attenzione quasi fiamminga per il dettaglio, quella della serie Sud,
perché l'identità dell'uomo si manifesta anche così, attraverso i
particolari della vita quotidiana, una vita sempre più difficile e
veloce, dove il confronto tende a venir meno, dove l'abitudine alle
proprie cose prevale sulla volontà di vedere il diverso. Così, visto
l'impasto etnico cui la nostra società sta tendendo, e vista la difficile
convivenza, forse l'unico modo è quello di mostrarlo, l'altro, il
diverso, perché poi, considerando tutte le variabili, il diverso è
giusto che resti tale, ma in senso buono, perché senza confronto, senza
differenze, il nostro sviluppo umano subirebbe una battuta d'arresto
catastrofica. Insomma, tutta la serie dei ritratti, un po' si concentra
anche su questo, rinomina un concetto che oramai assume solo connotati
violenti, e lo fa interagire con un'altra componente, il colore, che a
questo punto si materializza sino a divenire dimensione, volume,
espressione. Negli ultimi anni, insomma, l'aspetto pittorico assume un
peso particolare, divenendo un elemento sempre più centrale nell'analisi
dell'artista, che lo fa interagire con le espressioni intense degli
sguardi e dei volti dei suoi grandi pannelli, trovando un rapporto con il
ritratto classico che si basa su presupposti totalmente nuovi. Certo,
perché il taglio nitido dei suoi scatti, insieme all'austerità della
composizione formale, e all'uso intrigante della luce, riportano al
contesto del ritratto di stato, quel ritratto che qui non è più
un'affermazione formale di rango, ma piuttosto una dichiarazione seria
dell'appartenenza al genere umano. Ecco allora che il rigore pulito delle
forme, viene scaldato dal colore, che attiva il ritratto rendendolo più
vicino, più intimo. Chissà, forse sarà proprio a partire da qui che
cominceremo a capire che chi vive con noi in fondo non è diverso, ma è
solo e semplicemente un'altra variante del se'.
Elena Forin 2006

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Nella dilatazione del discorso artistico odierno, che insegue percorsi
linguistici divaricati e mutevoli, la pratica della fotografia non nasce
da una scelta estetica e privilegiata del mezzo, ma dalla necessità di
una tecnica di riproduzione meccanica del procedimento mentale che sta a
monte dell'opera. Occorrenza molte volte transitoria e alternante con
altri mezzi, disinvoltamente usati specialmente dai giovani artisti.
Inoltre, mentre in America oggi la fotografia è connotata da una durezza
lucida e spietata come in Mapplethorpe, Sherman; Serrano ad esempio) in
Europa, per tradizione, è usata molte volte rielaborata e quindi con
minore crudezza, oppure come mezzo artistico anche pittorico (in Gérard
Schlosser e Annette Messager).
Curiosamente, oggi vengono riproposte insieme fotografia e pittura,
ovviamente regredite a un basso livello denotativo per il loro uso
concettuale. Lontanissima dunque qualsiasi connessione o competitività
della fotografia con la pittura (di fronte alla quale, fin dalla sua
scoperta, si era posta come estetica autonoma e con un suo specifico
linguaggio).
E' il caso di un giovane artista torinese, Dario Colombo, che sperimenta
mescolanze di vari strumenti linguistici come fotografia, pittura,
incisione per concretizzare orditure concettuali a fondo sociologico,
secondo procedimenti e sintesi metonimiche e metaforiche.
Come ha affermato Walter Benjamin, "l'elemento decisivo per la
fotografia resta sempre il rapporto del fotografo con la sua
tecnica": qui impoverita a documentazione e citazione, o sostituita
con l'artigianalità come nel caso della serie dei Clowns: riproduzioni
fotografiche con strappi, montate su pannelli dipinti a olio e con
diciture apertamente ironiche.
A latere, la serie del Circo, un'unione resa possibile da Colombo di
fotografia e incisione, con un procedimento inedito, e integrata da
interventi a acquaforte e acquatinta.
A queste tematiche ludico-sociali si aggiunge quella antropologica,
esperita in Come un cane, autoritratto dell'artista segnato da graffi di
pittura, la cui identità è rimossa dalla dicitura kafkiana che traversa
il volto e che ostenta l'allarmante denuncia.
Ugualmente forte, sul tema della conversazione della vita, il recentissimo
lavoro Senza titolo: il primo piano dell'occhio dell'artista, in cui la
pupilla - seno - ovulo è caricata di significato dalla sovrapposizione al
centro di una minuscola scultura in cartapesta di una testa di bambino,
sottolineata da una piccola fiamma rossa dipinta al di sopra.
Lo stesso tema, sulla problematica dell'aborto-oggi rimessa nuovamente in
discussione con i diritti civili e l'integrazione razziale - è ripreso da
Colombo in Nuove vittime, mediante interventi pittorici di volti di
bambini (mai nati) sulla fotografia di una antica veduta litografica di
città, insieme a una piccola fiamma, della vita o del ricordo. Un lavoro
dunque complesso e allargato, che dalle prime prove di fotografie
documentarie di nudi femminili, coperti in parte da una turbinio di segni
pittorici, è giunto a una riflessione chiara e precisa su alcune della
brucianti problematiche odierne.
Mirella Bandini 1994

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Fin dai primi anni 80, in un processo di
graduale maturazione, l'ultima generazione artistica italiana va
proponendo una sorta di rivisitazione meditata delle vicende di un secolo,
praticando a varie ondate un "ripasso" stilistico delle tecniche
che lo hanno caratterizzato, a guisa di rinnovato manierismo.
Atteggiamento uniformante, quindi, è la rinnovata riflessione attorno
alle modalità del fare artistico, con la consapevolezza che non ci si
può fermare al pedestre ricalco, all'esercizio di stile, ma è necessario
andare oltre, verso la definizione di una nuova immagine, speculare agli
sviluppi tecnologici, ai quali da sempre l'arte è strettamente legata.
Questi due distinti dati di fatto, combinati assieme, danno vita a
quell'eclettismo che caratterizza il nostro tempo artistico.
Consapevolezza del passato e anelito al futuro, ibridazione formale e
rifiuto dei dogmi vincolanti, con sguardo aperto a 360°, ecco alcuni dei
dati caratterizzanti degli ultimi anni. Anni che hanno seguito un
itinerario molto più lineare di quanto non sia apparso all'esterno, per
coloro che hanno mantenuto obiettività di giudizio e non si sono lasciati
fuorviare da chi, usando i classici strumenti del potere, ha cercato di
imporre scenari la cui inadeguatezza nei confronti di una situazione
estremamente più complessa era palese sin dai primi momenti. Una gran
massa di materiale artistico, o presunto tale, si è riversato sulla scena
negli ultimi anni, e non è facile districarsi tra le nuove proposte
davvero valide e le non molte già emerse e consolidatesi nel corso del
tempo. Tra le situazioni ultime ha suscitato il mio interesse quella di
Dario Colombo. Il giovane artista torinese intrattiene rapporti con quel
emblematico strumento dell'espressività moderna e contemporanea che è la
fotografia. Grazie ad essa come è noto, ci si liberò dalle pastoie della
riproduzione naturalistica in pittura, ma proprio a causa di questo ideale
passaggio di consegne si sono creati non pochi dilemmi a proposito di un
suo uso artistico, fermi restando l'indiscussa utilità e valore della
fotografia di ritratto "reportage" e via dicendo. Come avviene
generalmente per l'intero ambito della tecnologia applicata all'arte l'uso
ideale è quello dell'ibrido formale o, comunque, della
decontestualizzazione. A partire, quindi, dallo studio della messa in
scena del particolare ingrandito o rimpicciolito, della cromia e
dell'eventuale miscellanea con altri elementi compositivi, abbiamo la
definizione dell'uso della fotografia in arte. All'ultimo sito prima
citato si può ascrivere il lavoro di Colombo, lavoro che sta conoscendo
una graduale definizione. Nel suo caso il confine tra pittura e fotografia
è davvero labile, i due specifici ci si rincorrono e si fondono in un
armonico amalgama. Sono immagini sfocate, proiezioni, sublimazioni del
ricordo, episodi di vita vissuta od immaginata, ricondotte con veemenza
alla realtà del presente dal tratto pittorico veloce e teso, in grado di
tracciare un nitido confine tra due esperienze separate ma,
paradossalmente, inscindibili. In questo caso la fotografia funge da
prezioso tramite, da espediente formale per un lavoro, in quanto ad
ispirazione e impostazione spaziale, è soprattutto pittorico.
Edoardo Di Mauro 1992

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