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MAU - MUSEO DI ARTE URBANA CAMPIDOGLIO
ATTI CONVEGNO " I MUSEI DI ARTE CONTEMPORANEA ALL'APERTO IN ITALIA : ARTE E CULTURA NEI PROCESSI DI RIQUALIFICAZIONE TERRITORIALE "
SALA CONFERENZE GAM TORINO 2/6/2000
EDOARDO
DI MAURO : Iniziamo questa giornata di lavori. Come sapete questa è
un'occasione per presentare in veste ufficiale un progetto coordinato ed
articolato che si svolge da diversi anni all'interno di un quartiere della
nostra città, Borgo Campidoglio.Questo progetto prevede la riqualificazione
urbana complessiva del Borgo in tutti i suoi aspetti urbanistici e
commerciali, con il pieno consenso e la partecipazione dei cittadini,
elemento, questo, di notevole importanza.
All'interno del progetto di riqualificazione di una fetta importante ed
abbastanza sottovalutata della nostra città, l'arte contemporanea svolge un
ruolo di collante fondamentale. A partire dal 1995 è partita un'azione di
installazione artistica che ha visto, all'oggi, la realizzazione di trenta
pitture murali, vere e proprie opere d'arte, realizzate da un nucleo composito
di artisti. Artisti giovani, emergenti, storicizzati, e, elemento importante,
una selezione di opere prodotte dagli studenti delle Accademie di Belle Arti
italiane. Infatti l'Accademia Albertina è componente centrale del Museo di
Arte Urbana. Il nostro progetto intende espandersi ulteriormente, noi vogliamo
completare questo ciclo di pitture murali, sono in cantiere opere di artisti
importanti, intendiamo poi realizzare una serie di installazioni e sculture
all'interno del quartiere e, più in esteso, nel territorio della Quarta
Circoscrizione, riqualificare uno spazio unico ed affascinante come il Rifugio
Antiaereo, creare, in un'area dismessa la cui individuazione è in corso, un
Centro per l'Arte Contemporanea. Sappiamo del forte, storico interesse nutrito
da Torino verso l'arte contemporanea, conosciamo anche la paradossale carenza
di spazi. Al momento attuale uno dei pochi luoghi utili per realizzare mostre
di arte contemporanea è proprio la sala mostre della GAM che peraltro, con la
gestione attuale, non pare proprio voler privilegiare questo tipo di
intervento, particolarmente riguardo la scena italiana. Per divulgare il
nostro progetto abbiamo inteso, oggi, invitare gli esponenti delle più
qualificate realtà museali all'aperto italiane, Antonio Presti di Fiumara
d'Arte, Edoardo Manzoni e Maurizio Sciaccaluga di Su Logu de S'Iscultura di
Tortolì ed il Museo di Arte Contemporanea di Maglione rappresentato da
Letizia Corgnati.La prima parte dei lavori prevede l'intervento di personaggi
legati al mondo delle istituzioni, che ringraziamo per avere aderito al nostro
invito.Le iniziative di Borgo Campidoglio partono dalla base, ma per crescere
e consolidarsi necessitano dell'appoggio e della collaborazione delle
istituzioni.Inviterei ad aprire i lavori, anche in qualità di rappresentante
della Città, l' Assessore al Decentramento ed all'Integrazione Urbana signora
Eleonora Artesio.
ELEONORA ARTESIO : L'invito alle Istituzioni credo si configuri come l'attesa,
da un lato, di un riconoscimento al valore dell'iniziativa, dall'altro
comporti la conseguente assunzione di impegni.Per parte mia, occupandomi di
programmi di riqualificazione urbana, sono particolarmente attenta alle
ipotesi che rispettano due principi base di questi interventi, sedimentati
dalle esperienze di altri paesi europei. Da un lato il principio della
progettazione integrata, cioè l'attenzione all'intervento sullo spazio fisico
ed ambientale in termini di risanamento, non solo come modificazione del
"costruito " di un ambiente o del rapporto tra quest'ultimo e gli
spazi liberi, in una esclusiva dimensione geografica, ma come progettazione
che tenga conto di come lo spazio è vissuto dai residenti. Quindi è
necessario accompagnare ogni intervento migliorativo dello standard ambientale
con la disponibilità a riconoscere che quell'ambiente è tale nel momento in
cui è vissuto, agito dalle persone. Questo non significa semplicemente una
attenta attività di informazione o di consultazione ma, in maniera più
complessa, riuscire a percepire dai residenti, dagli attori economici del
luogo, dalle istituzioni scolastiche e sociali, da tutte le forme di
rappresentanza, quali siano le loro forme di utilizzo dell'ambiente,
costruendo quindi la mappa dell'intervento in ragione di quegli occhi puntati
sul territorio : quello dei professionisti che intervengono sulla
modificazione fisica, e quello degli abitanti e degli operatori del luogo. Da
questo punto di vista penso che il progetto di riqualificazione di Borgo
Campidoglio sia stato antesignano rispetto ad altri sviluppatisi in città, ed
abbia avuto un pregio riconoscibile, quello di avere scommesso sulla capacità
dei residenti non soltanto nei termini del riconoscimento delle loro
competenze, quelle competenze dell' "abitare " cui facevo cenno
prima, ma anche come coraggio dell'investire nell'operazione. Solitamente
quando progetti di questo tipo vengono formulati e proposti alle istituzioni
l'atteggiamento che si induce è in genere più di attesa rispetto alla
ricerca di soluzioni da parte della controparte politica, che non di
assunzione di responsabilità.In questo caso il fatto che il progetto di
riqualificazione sia stato cercato e perseguito dalle persone del luogo si
pone significativamente in un'altra logica, quella di una popolazione locale
che prima si assume una responsabilità e definisce i livelli di impegno
rispetto alla propria autonoma professionalità trasferita all'interno del
progetto, come nel caso dell'architetto Adorno,
ed in questa nuova dimensione soggettiva negozia con le istituzioni.Penso
quindi a Campidoglio come ad un'esperienza rilevante, che rende pieno di
contenuti il termine "partecipazione", solitamente utilizzato dai
politici per invocarla come elemento di necessità, o talvolta per inquadrarla
come fatica dell'agire e del decidere. Confrontarsi con una società
competente, che sa essere elemento di valutazione critica rilevante,
intelligente, capace di formulare proposte, pone certo dei problemi in più,
ma dota anche di senso gli investimenti approntati, anche perché questi siano
continuativamente conservati nel tempo dalla popolazione. Non tanto come
membro di un'istituzione, ma come persona il cui mestiere consiste
nell'occuparsi di educazione, credo davvero che, o si considerano i
cambiamenti come cose proprie in cui si è giocato un ruolo, in cui si è
stati attori, ed allora questo cambiamento diventa importante per ciascuno,
oppure le modifiche di tipo ambientale prodotte con interventi
"illuministici", anche curate dal punto di vista professionale, se
non sono percepite come fatto proprio da chi abita un territorio, nel tempo
non possono essere a lungo conservate. Questo è un riconoscimento doveroso
verso un intervento pluriennale, che ha conosciuto momenti di visibilità più
o meno alti, è può definirsi storia radicata nella nostra città. La seconda
osservazione, su cui sarò probabilmente più imprecisa perché non mi
appartiene come specifica competenza, è che in tutte le operazioni avviate
nella nostra città si agisce con interventi di grande materialità. La
viabilità ed il parcheggio pertinenziale sono elementi di questo processo di
riqualificazione, ma si agisce anche sull'immaterialità. Per immaterialità
non intendo solo il miglioramento qualitativo nelle relazioni tra gli
abitanti, ma il diventare, per i cittadini, degli "attori sociali",
non solo portatori di diritti ma soggetti dotati di senso di responsabilità.
Esiste anche un dato concernente la qualità della vita in un luogo che non
può essere giocato se non tramite le politiche culturali. Io non mi occupo
tanto di arti visive quanto di quelle che hanno a che fare con la
comunicazione mimica e gestuale. Da questo punto di vista le prime operazioni
da attuare sono quelle tese a recuperare la memoria storica dei luoghi,
rivisitata attraverso varie forme espressive, teatro, musica, laboratori di
scrittura creativa. Il cambiamento che si esercita nella riconoscibilità di
un ambiente rispetto al resto della città, nel momento in cui se ne
ricostruisce il valore positivo che è dato dal portare in scena l'identità
di un luogo, è quando si realizza il salto di qualità da una politica di
riqualificazione che mira a risarcire situazioni di esclusione consolidatesi
nel tempo, ad una che attribuisce a chi abita il territorio il ruolo di una
risorsa. Una analogia combaciante con l'operazione del Museo di Arte Urbana.
L'avere associato ad una produzione artistica di alto livello la
riqualificazione delle parti più degradate, deve avvenire con la stessa
attenzione alla qualità ed alla cura dei materiali prevista per interventi
analoghi nel centro cittadino. L'aver puntato, in questo caso, ad interventi
di eccellenza in luoghi abitualmente non deputati alla presenza artistica, è
una di quelle operazioni di cambiamento cui facevo cenno precedentemente. Io
sottolineo non tanto l'avere destinato i muri delle case ad ospitare arte,
bensì l'importanza della relazione costruita tra l'artista, gli abitanti, i
proprietari dei condomini. Questi ultimi non si sono posti nell'accezione di
fruitori, ma di promotori e protagonisti di questa operazione. Credo che il
modo migliore per proseguire non sia mettere l'impronta amministrativa su
questa esperienza, quanto provare, una volta tanto, ad essere dei
fluidificatori, cioè essere, come istituzione, agevolatori dei processi che
altri stanno conducendo.
EDOARDO DI MAURO : Ringrazio l'Assessore Artesio. Faccio notare come tra i
partecipanti al convegno figuri anche l'Assessore alla Cultura della Provincia
di Torino Walter Giuliano che, per impegni personali, ha dovuto abbandonare i
lavori. Noi comunque lo ringraziamo, Walter Giuliano è un Assessore attento
ai problemi della riqualificazione urbana ed ambientale, ed è tra coloro che
seguono con simpatia e sostengono il nostro progetto. Prima di dare la parola
al Sindaco di Moncalieri, il coordinatore del Progetto Integrato Borgo Vecchio
Campidoglio Franco Adorno voleva fare alcune considerazioni.
FRANCO ADORNO : Per me non è facile intervenire in un luogo come questo, sono
più abituato a luoghi come il quartiere Campidoglio. Ci siamo sforzati di
arrivare in questa sede per dare una degna veste ad un progetto culturale
dotato di una forte valenza, elemento evidenziato dall'Assessore Artesio,che
conosce bene la nostra linea di lavoro, consistente in tredici progetti
integrati. Volevo sottolineare alcune cose di fondamentale importanza, in
primo luogo quel concetto di partecipazione di cui molto si parla.Ognuna delle
trenta opere realizzate lo è stata nel momento in cui si è riscontrata
l'unanimità di pareri favorevoli degli abitanti dei condomini interessati.Non
è facile dialogare con loro, parlare d'arte in termini così diffusi. Quando
è stato elaborato il progetto di massima per la riqualificazione del Borgo,
che ho avuto il piacere di stendere per conto della Città di Torino, è stata
evidenziata la violenza urbanistica attuata sul territorio di un Borgo
definito poi di intereresse storico-ambientale. Il vecchio piano Regolatore
del '59 ne prevedeva l'abbattimento, perché gli edifici, che dovevano
innalzarsi fino ai nove piani, necessitavano dell'allargamento delle vie.
Fortunatamente i vincoli della burocrazia hanno impedito questa deleteria
trasformazione urbanistica., lasciando dei segnali, cioè le pareti che danno
sulle vie limitrofe : via Cibrario, via Nicola Fabrizi, corso Svizzera. Quello
fu un periodo buio per l'urbanistica torinese, tale da provocare delle lesioni
spesso insanabili. Nel nostro quartiere abbiamo voluto sancire la fine di un
certo periodo storico. Questo è evidenziato dal fatto che, dopo otto anni
dalla fondazione del Comitato, i cittadini parlano in maniera più rilassata
di termini come "riqualificazione", mentre all'inizio era faticoso
dialogare in maniera specialistica. Arrivo da una recentissima esperienza
teatrale, tenutasi ieri sera con i bambini della scuola elementare Manzoni, la
scuola di Borgo Campidoglio, un laboratorio che ha preso in esame il testo di
Italo Calvino "Le città invisibili". Si è trattato di una
rappresentazione di una bellezza straordinaria, che ha permesso ai bambini di
"costruire" la loro città. Ho voluto citare questa esperienza per
sottolineare l'ampio consenso che nel Borgo riscontrano questo tipo di
iniziative. I cittadini si appropriano dei loro diritti così come dei loro
doveri.Questo progetto di didattica allargata, costruito con il prezioso
contributo dell'Accademia Albertina, intende far percepire ai bambini che è
possibile cambiare l'immagine della città, quando questa si presenta
degradata. Ad esempio, con l'iniziativa "Leggere il Borgo" si
compiono delle visite periodiche ai numerosi cantieri che stanno mutando
l'immagine del quartiere, in particolare quelli relativi alla ristrutturazione
di Piazza Risorgimento. In questo modo agli studenti, dalle elementari ai
licei, si comunica l'importanza di vivere socialmente e culturalmente il
proprio territorio, ed in questo l'arte adempie ad un ruolo fondamentale.
Nella mostra didattica attualmente aperta in via Balme 32 viene esposta la
lettura del Museo d'Arte Urbana proposta dai bambini, dove si può comprendere
come questi ultimi recepiscano i cambiamenti. Il complesso dei progetti che
abbiamo posto in essere non può più essere gestito solo dagli abitanti del
quartiere. Occorre uno sforzo superiore, ed è il motivo per cui siamo in
questa sede, con il conforto di avere visto le istituzioni rispondere al
nostro invito. Abbiamo bisogno di aiuto. Si parla di collaborazione alla pari
con la Città di Torino, con la Regione si pensa di mettere in piedi dei
progetti di partecipazione attorno ai temi del commercio e dell'artigianato.
EDOARDO DI MAURO : Prima di continuare intendo precisare che i lavori del
pomeriggio saranno dedicati esclusivamente alle esperienze dei Musei
all'aperto in Italia, con una proiezione di diapositive e video ed una
discussione sulle tematiche dell'arte contemporanea. Adesso do la parola ad un
gradito ospite, il Sindaco di Moncalieri Carlo Novarino, qui accompagnato
dall'Assessore alla Cultura, la prof.ssa Maria Giuseppina Puglisi. Perché il
Comune di Moncalieri ? Si tratta di un centro importante ma c'è di più.
L'attuale Amministrazione sta portando avanti un discorso impegnativo relativo
a varie tematiche artistico-culturali che prevedono anche la riconversione di
spazi in disuso. Purtroppo a Torino in questi anni si sono fatte molte parole
riguardo al recupero delle aree dimesse per fini culturali, ma i risultati
concreti sono stati inesistenti. Recentemente Moncalieri ha completato la
prima fase di ristrutturazione di uno spazio polivalente che avrà come
funzione principale quella relativa al teatro anche se pare non si escludano
ipotesi legate all'arte.
CARLO NOVARINO : Io tenterei di fare un ragionamento diverso rispetto a quelli
che ho sentito perché vorrei intercettare le riflessioni proposte sul
rapporto tra l'arte ed i percorsi di riqualificazione e rifunzionalizzazione
di un quartiere. Partirei da altri presupposti, quelli che abbiamo tentato di
rendere espliciti nell'attività della nostra città, tali da portare ad
alcuni interventi rientranti in una logica non dissimile da quella qui
richiamata. Uno dei primi problemi di chi si trova ad amministrare è quello
di entrare a piedi giunti nel dibattito sul ruolo delle città, su quali sono
i percorsi che l'amministratore può disegnare attorno ad essa. Vi sono alcuni
punti di riferimento ampiamente condivisi. Certamente le città sono oggi in
Europa, nel mondo, centri di potere economico e politico ma anche, e questo ci
interessa molto in questo momento, luoghi di crescita culturale, di ricerca ed
innovazione. Se questo è il punto di riferimento si tratta di capire come le
nostre città, che sono organismi vivi, e possono crescere, galleggiare, ed
anche implodere, quali obiettivi si danno per affermare una propria funzione,
per disegnare un proprio profilo. Io credo che il compito di una comunità e
dei suoi organismi di governo, strutture complesse ed articolate, sia quello
di puntare su elementi forti per costruire percorsi di crescita e di
consolidamento delle città, quindi puntare sugli elementi più innovativi,
tra cui spicca la cultura, in senso molto ampio. Secondo ragionamento
constatabile, come citato in senso negativo dall'esperienza di Borgo
Campidoglio, è l'evoluzione delle nostre città in alto od in basso, e da
tempo ormai questo tipo di evoluzione non lascia segni. Non produce
sedimentazione, non consolida nulla che valga la pena di essere trasmesso alle
generazioni future. Moncalieri ha i segni del passato, ha scarsi segni da
trasmettere al futuro. Una comunità si riconosce in una città se sa
consolidare e sedimentare la propria evoluzione ed innovazione culturale. La
città, quindi, come struttura complessa, non solo frutto di elementi fisici
forti, di sistemi tecnologici, di relazioni funzionali, la città di noi
architetti, ma città contenitore e contenuto di processi culturali, di
sperimentazione, di innovazioni, di esperienze artistiche, di relazioni e
nuovi modelli sociali. Se è questo, gli aspetti fisici sono solo una parte,
nemmeno la più significativa, degli elementi di trasformazione urbana. Se
così è, le mani per disegnare il percorso di crescita della città non
possono essere lasciate solo ai referenti pubblici, agli urbanisti, ma devono
derivare dagli elementi innovativi come fare cultura e sperimentare
innovazione. Detto questo, abbiamo cercato di ragionare, nella nostra
comunità, sulla scia di quanto, in termini diversi, sta avvenendo altrove. Le
riflessioni che abbiamo fatto sono quelle relative all'arte, a come questa si
colleghi ai percorsi di rinnovo urbano, ne costituisca il canovaccio e possa
concorrere, in tutte le sue forme espressive, ai programmi, ai percorsi, alle
esigenze di rinnovamento. Abbiamo posto in essere un discorso
multidisciplinare, articolato e complesso. Io credo che la città debba
diventare contenitore. Essere, quindi, piattaforma dove consumare le varie
espressioni artistiche. Questo è un modo per dare risposta all'altro
problema, quello di sedimentare le ricchezze culturali di innovazione di cui
le nostre città sono portatrici. In questo tipo di percorso la città non
può essere una sommatoria di scatole all'interno delle quali si sviluppano o
si conservano le esperienze, ma da queste deve essere permeata
trasversalmente. La città non è uno spazio chiuso di volumi, di costruzioni,
ma deve essere un palcoscenico in cui l'innovazione culturale ha modo di
manifestarsi, in cui il consumo culturale ha modo di prodursi. Quindi i verbi
consueti che troviamo nei nostri programmi amministrativi : pianificare,
progettare, verificare, aventi come base le esperienze dei tecnici, debbono
essere intesi in senso più ampio, e devono avere, fin dall'inizio, la
partecipazione di coloro che sono gli innovatori culturali. Questi due
elementi, il fare e coloro che "fanno", devono collegarsi al
pubblico dei consumatori con il fine di farli diventare partecipi al percorso.
Il terzo aspetto, che ci sembra abbia avuto nell'esperienza di Borgo
Campidoglio elementi forti, è quello di educare e far crescere la
sensibilità e l'interesse verso le espressioni artistiche, e da questo
conoscersi, aiutando la sedimentazione e la lettura all'interno di questi
percorsi. I luoghi deputati sono molteplici : le piazze, le porte, i giardini,
i viali, gli edifici, le stesse strutture tecnologiche, tutti elementi che
vanno ripensati e possono essere ideale supporto alla scena nelle quali si
svolgono. Conosciamo tutti il dibattito sul 2%, l'arte non va intesa come
elemento aggiuntivo, che fornisce valore aggiunto ad un prodotto. L'arte deve
essere un elemento partecipato e così deve essere interpretato fin
dall'inizio. Non più il tracciato di tecnigrafo sui nostri piani regolatori,
ma un percorso ben più articolato e complesso, a partire dal fatto che il
piano regolatore è solo uno degli strumenti, neanche il primo, a partire dal
quale costruire queste ipotesi di intervento. Quindi pensare a nuove forme di
laboratori, contenitori, spazi per le espressioni artistiche con una
conformazione fisicamente strutturata. Moncalieri vive due esperienze, partite
come scommesse, una è vinta, l'altra è in corso. La prima è la Biblioteca
della nostra città. Un'operazione intelligente, condotta dall'Assessore
Puglisi. Quando ci siamo insediati disponevamo di una fabbrica ristrutturata,
un grande contenitore, quello dei fiammiferi Saffa, che doveva diventare
biblioteca. L'operazione intelligente, che sta dando risultati interessanti,
è stato quello di pensare alla biblioteca non tanto come fatto concluso,
contenitore di arte letteraria, ma di modificarne parzialmente l'uso in un
centro per educare alla fruizione dell'arte. Abbiamo ottenuto una
straordinaria collaborazione degli artisti che hanno fatto si che la nostra
biblioteca diventasse un cuore pulsante in cui i percorsi di crescita
culturale reggono non solo attraverso la lettura, la trasmissione, ma anche
con la fruizione di oggetti d'arte ed altre esperienze che lì vengono
sviluppate. Abbiamo pensato di costruire in quel contenitore, negli spazi
circostanti e lungo itinerari di irraggiamento verso l'esterno, ai piedi del
centro storico, percorsi di sensibilità nei confronti dell'arte, di capacità
di consumarla. Educare al bello vuol dire educare una comunità a riconoscersi
in qualcosa che presenti forti elementi di coesione. La seconda esperienza è
quella in atto, un'esperienza paradossale che prevede, al momento abbiamo
costruito il primo lotto, la trasformazione di una fonderia in un centro di
produzione d'arte legata all'espressione teatrale. Era un'area assolutamente
marginale, in un quartiere marginale a sua volta, il quartiere Borgo Mercato,
cresciuto attorno ad un torrente, il Sangone, dimenticandolo, anzi, cercando
di occultarlo. La fabbrica era sorta lì perché un tempo l'acqua era elemento
fondamentale per la produzione e noi abbiamo pensato di realizzare,
all'interno di quella che era una fonderia d'avanguardia, un centro di
produzioni teatrali. Le Fonderie Limone stanno diventando una gigantesca
calamita inserita all'interno di un terreno molto morbido, perché gli
elementi strutturali della città sono lì pronti a subire delle
trasformazioni. La seconda scommessa è far si che il rinnovo di quel
quartiere avvenga sulla scia delle esperienze attinenti alle arti teatrali.
Come a far sì che fosse il campo magnetico di quella calamita a definire le
linee di riorganizzazione del quartiere. Pensiamo che le azioni di
trasformazione urbana saranno sì fisiche, ma saranno soprattutto di relazione
e supporto. Concludo sottolineando il ruolo straordinario posto di fronte a
noi amministratori, e ritorno agli argomenti iniziali. L'obiettivo è
riuscire, nei termini dell'ottimizzazione delle risorse locali, di concertare,
far coedere, e costruire il profilo futuro delle nostre città. Queste sono
state nel tempo il deposito delle massime espressioni artistiche ed ora, per
reggere le sfide future, devono essere anche oggi il riflesso della ricerca,
dell'innovazione, delle acquisizioni dell'arte più avanzata. Credo che,
attraverso la messa in rete di questo tipo di esperienze, si stia seminando e
contribuendo ad irrobustire dei percorsi in tale senso.
EDOARDO DI MAURO : Mi pare che l'intervento del Sindaco di Moncalieri sia
stato, a suo modo, esemplare dei criteri ottimali di intervento di una
amministrazione pubblica all'interno di un territorio metropolitano, in
particolare rispetto al riuso delle cosiddette aree industriali dimesse. Ho un
personale rammarico. Il ciclo dell'amministrazione Castellani a Torino è
quasi concluso, e non è stato concretizzato alcun progetto di
riqualificazione di aree industriali, beninteso riguardo un utilizzo
prevalentemente artistico. Io ho ricoperto per tre anni, tra l'altro, un
ruolo, quello di membro del Comitato Direttivo dei Musei e delle Mostre della
Città. All'interno di quell'organismo si era tentato, forse ve lo
ricorderete, di concretizzare un'ipotesi di lavoro importante, cioè la
costituzione, in un'area dismessa, a tal scopo erano stati effettuati vari
sopralluoghi, di una "Casa degli Artisti" : un contenitore atto alle
esposizioni temporanee che fungesse, al tempo stesso, da foresteria,
laboratorio teatrale, e non solo. La volontà c'era, purtroppo una complessa
serie di problematiche, veti incrociati, manie di protagonismo, ha impedito la
messa in cantiere di un progetto di cui la nostra città aveva un gran
bisogno. Noi, a Campidoglio, tenteremo di realizzare un progetto simile.
All'interno del nostro Borgo vi sono delle aree che si prestano allo scopo,
sebbene di dimensioni non troppo ampie, vi è il Rifugio Antiaereo, non
dimentichiamolo, contenitore particolarmente affascinante per il quale si
stanno prospettando varie ipotesi di riutilizzo. Non bisogna però limitarsi
al solo territorio "storico" di Borgo Campidoglio, semmai concepirlo
a guisa di irradiatore di eventi. All'interno della Quarta Circoscrizione vi
sono numerose aree dove si potrebbe realizzare quel Centro per le Arti così
necessario, lo ripeto ancora, per Torino. Mi rendo conto di battere molto su
questo tasto ma è paradossale verificare la potenzialità di iniziative
sull'arte contemporanea, a Torino, quasi sempre impossibilitate ad essere
ospitate in sedi idonee e, soprattutto, permanenti. Noi, come Museo di Arte
Urbana, stiamo sollecitando e solleciteremo l'Amministrazione attuale e quella
futura perché appresti finalmente un intervento risolutivo. A questo punto
farei intervenire due rappresentanti di una realtà centrale per il Museo di
Arte Urbana che è l'Accademia Albertina di Belle Arti. L'Accademia sta
vivendo una fase di forte progettualità, vuole legittimamente porsi come
fulcro dello scenario artistico torinese e non solo dal punto di vista, pur
fondamentale, della didattica. Darei quindi la parola al Direttore, prof.
Carlo Giuliano, che è, tra l'altro, uno degli artisti in procinto di
realizzare una nuova pittura murale per il nostro Museo. Potrà quindi parlare
in duplice veste. Al suo fianco chiamerei anche il prof. Sandro Scarrocchia,
docente di "Metodologia della progettazione ".
CARLO GIULIANO : L'interesse dell'Accademia per il progetto integrato di Borgo
Campidoglio ed il Museo di Arte Urbana deriva dal fatto che, all'inizio del
secolo, questa era la strettoia obbligata per tutti i progetti della città ma
non solo, dell'intera regione, compresa la Liguria. I progetti dovevano
passare al vaglio dell'Accademia per avere l'approvazione sul piano
artistico.Questo compito è stato via via dimenticato, disatteso, trascurato,
superato da altri organismi politici. In riferimento all'intervento del
Sindaco di Moncalieri, che è anche architetto, ricordo che la Facoltà di
Architettura è una costola fuoriuscita dall'Accademia ma, purtroppo, una
volta indipendente, quest'ultima ha contribuito a far si che la nostra
Istituzione venisse messa in disparte. Questo, a dire il vero, è stato un
fenomeno che ha coinvolto l'intero mondo universitario. Allora mi è sembrata
una ottima occasione, questo invito di Borgo Campidoglio, per riappropriarci
di una competenza che, a mio avviso, non abbiamo mai perso. Lo dimostra il
fatto che l'Accademia ha sfornato grandi artisti ed anche movimenti, nel
recente passato, di valore internazionale. La collaborazione con il Museo di
Arte Urbana, un'istituzione pubblica con il pregio di nascere dalla base, ci
ha riempito, al pari, di orgoglio ed interesse. Come artista ho accolto con
piacere l'invito a donare un'opera e, spero, anche altre in futuro.
L'Accademia ha inoltre istituito un corso di restauro, ci siamo candidati per
la manutenzione delle opere del Museo. Le opere all'aperto, infatti, se non
sono realizzate ad affresco subiscono dei rapidi processi di deterioramento.
La manutenzione, cosa che peraltro avveniva anche per le opere antiche, è un
elemento importante nella dinamica di questi interventi urbani, poiché il
sole, la pioggia, i cambiamenti di clima creano inevitabilmente delle
alterazioni. La Provincia, l'ente deputato al sostegno delle Accademie, mi
pare sensibile al fatto che il nostro corso di restauro possa intervenire
tempestivamente nel caso le opere presentino dei danni e già ieri verificavo
alcuni problemi di tenuta. Vi è inoltre una collaborazione di carattere non
solamente artistico tra un gruppo di nostri docenti, capeggiato dal collega
Scarrocchia, in relazione alla didattica indirizzata verso il mondo
dell'infanzia. Quindi penso sia importante che Scarrocchia parli
dell'esperienza che un'istituzione come la nostra può intraprendere con dei
giovanissimi alla prima esperienza scolare.
SANDRO SCARROCCHIA : Il mio intervento è riferito al "Progetto per la
città dei bambini". Qui lo svolgo non soltanto come docente e
specialista dell'area della progettazione, ma anche come coordinatore del
Laboratorio da poco attivato presso l'Accademia Albertina, che lavora in
maniera specifica sul tema della società sostenibile a misura delle esigenze
dei bambini e delle bambine che trova, come riferimento istituzionale, la
legge 285 del 1997. Nell'ambito di questo laboratorio abbiamo attivato, a
partire da quest'anno, delle collaborazioni col Borgo Vecchio, in particolare
per l'area specifica di Campidoglio, per meglio dire in riferimento
all'omonima piazzetta, e con le scuole dell'ospedale Regina Margherita di
Torino. Abbiamo svolto due giornate di studio, una sulle risorse
dell'Accademia di Belle Arti, istituto di alta cultura riformato, che entra
come nuovo protagonista nella scena della formazione culturale italiana,
l'altra aperta ai soggetti presenti sul territorio, per la elaborazione di
protocolli d'intesa tali da stabilire la rete e le reciproche convergenze su
questi temi. Mi permetto di proporre alcuni temi relativi alle difficoltà che
si incontrano affrontando queste progettualità, inerenti il rapporto tra la
città ed i bambini, in particolare riferimento alla situazione di Borgo
Campidoglio e, in generale, al ripensare artisticamente l'ambiente. Pensare il
progetto, diceva proprio così un libro del filosofo Carlo Sini, non vuol dire
pensare al progetto ed allo spazio come a due opere distinte, ma vuol dire
pensare alla compresenza di questi due elementi. Il progetto e lo spazio, noi
e la casa, cioè la casa è per noi, lo spazio è insieme al progetto, non
esiste una cosa prima e l'altra dopo, come due elementi disgiunti. Sul tema
della città ci sono dei modelli. Si è affermato, nell'area padana, un
discorso di insediamento terrificante. Lo spunto è costituito dal primo
quartiere costruito da Berlusconi a Milano. Questo potrebbe sembrare un
attacco alla destra, ma ora portiamo avanti anche alcuni attacchi alla
sinistra. Benevolo sosteneva, sulle pagine del "Corriere della
Sera", che non si può costruire, in "Padania", al di là del
modulo della villetta mono, bi, o trifamiliare. Un modello che ha portato a
quella crisi di relazioni cui prima faceva cenno il Sindaco di Moncalieri. Ci
si domanda, quindi, perché si consente a Benevolo di produrre i piani
regolatori. Bernardo Secchi, altro urbanista di sinistra, ha negato, nel piano
regolatore di Bergamo, che ben conosco perché risiedo in quella città, il
concetto di "urbanistica partecipata", perché datato, in odore di
anni'70. Non si scorgono all'orizzonte forze tese a ripensare in positivo le
nostre città. I politici non hanno il coraggio e la decisione per mobilitare
queste forze. Non credo che quelli della mia generazione siano di necessità
inferiori ai Gregotti, Secchi, Benevolo. La legge 285 significa ripensare la
città in funzione dell'infanzia. Tutte le città italiane, il terzo settore
del "no profit" è mobilitato sulla 285. Cosa significa ripensare i
progetti in funzione dei bambini? Non si sa. Nella prima giornata di studi
svoltasi in Accademia un nostro collega ha esposto in merito alla
progettazione di un parco affidatagli dal Comune di Bologna, a misura di
bambini e bambine. Lui ci ha fatto vedere come il progetto abbia preso spunto
dal suo rapporto con i figli. Questo, secondo me, non è progettare con i
bambini, è semmai un esempio di familismo, in questo caso buono. Questa non
è la strada : i bambini, l'infanzia, sono un'esplosione di contraddizioni,
rispetto al rapporto che intrattengono con noi adulti. Chi di voi ha visto il
manifesto per la città sostenibile dei bambini e delle bambine prodotto dalla
città di Reggio Emilia sarà rimasto sorpreso dalle dichiarazioni che fanno i
bambini nel progettare la loro città. Esiste una scaletta di priorità nella
quale loro dicono che la città deve essere di vetro, completamente
trasparente, e di pietra, solida, per difenderli dalle "cattiverie"
dell'esterno. Deve essere quindi aperta e chiusa nello stesso tempo, piena e
vuota. Un esempio di desideri contrapposti da far impallidire anche Italo
Calvino. Siamo allora andati alla scuola elementare di Borgo Vecchio per
discutere dei progetti dei nostri studenti e loro, i bambini, li hanno
smontati e rimontati. C'è da fare un lavoro nuovo, con i bambini, che
comprende la pedagogia, la didattica del progetto e della creatività, cioè
il ripensare la funzione sociale dell'arte e gli statuti del progetto. Questo
significa vedere i bambini non in funzione strumentale e demagogica, ma come
elemento fondamentale nel ripensare la città a misura d'uomo. Questo fa
invecchiare, rende obsoleti gli strumenti disciplinari della progettazione in
una maniera incredibile. Nell'ambito del design, sull'ultimo numero di Domus
viene esposta una nuova tendenza, lo "user design", ispirato
decisamente dagli atteggiamenti comportamentali dell'utente. Su questo sono
state fatte molte riflessioni in ambito metodologico, che fino ad oggi non
avevano prodotto soluzioni pratiche. La progettualità più attuale, che
scavalca le vecchie tendenze del design industriale è quella che si orienta
verso l'utente. Questo significa spostare la progettazione dal mito
della"grande opera" al quotidiano, a quello che si controlla e si fa
momento per momento. L' anno scorso si è costituito, in seno al Consiglio
Nazionale per la Ricerca, un gruppo di architettura che, per la prima volta
nella storia, ha posto il problema della trasmissibilità della disciplina del
progetto, cominciando a prefigurare una progettualità didattico-creativa. Nel
documento prodotto in quella sede manca qualsiasi riferimento alla città
sostenibile, a misura di bambini e bambine, una legge del 1997 che dovrebbe
essere osservata. Noi stiamo lavorando, come Laboratorio dell'Accademia
Albertina, ad un progetto per l'attivazione di una scuola di specializzazione
per lo sviluppo della creatività infantile, come auspicato dal Ministero per
l'Ambiente. I pionieri di questa sperimentazione sono Munari, Noguchi, Gaudì,
Kisler, ma qui siamo ancora al vecchio, inteso come tradizione, come il Parco
dei Tarocchi realizzato da Nicki de Saint Phalle a Garavicchio, dove
quest'anno abbiamo compiuto un'escursione alla ricerca di esempi
pionieristici, assai scarsi in Italia. Questo è il vecchio filone, quello del
parco d'artista. Nello statuto del laboratorio che abbiamo attivato in
Accademia c'è una terza strada rispetto al parco d'artista o alla città di
Lilliput. L'esempio con la "e" maiuscola è il Parco Collodi a
Pescia, in Toscana, dove molte scuole elementari fanno gite d'istruzione. Come
nasce questo parco, unico esempio di tradizione italiana ? Nasce negli
anni'50, grazie ad un Sindaco che si mette in testa di celebrare Collodi. Il
concorso viene vinto da Venturino Venturi, che realizza dei mosaici
bellissimi. Il Parco diventa fondazione nel'63, nel'72 avvia l'espansione, che
viene portata avanti da nomi importanti della cultura progettuale italiana
come Giovanni Michelacci, quello della chiesa sull'Autostrada del Sole, Marco
Zanuso, autore del contestatissimo nuovo Teatro di Milano, Pietro Consagra,
artista che non necessita di presentazioni, Perciai, grande artista dei
giardini. Un esempio, appunto, dei "magnifici" anni '70
italiani.Altri esempi non li conosco, chi li avesse è pregato di mettersi in
comunicazione con noi. Quello che facciamo per Borgo Vecchio è impostare dei
progetti di riqualificazione, in particolare riguardanti l'area di Piazza
Risorgimento. Senz'altro le esigenze della didattica si sposano alla
perfezione con quelle di divulgazione artistica del Museo di Arte Urbana.
SESSIONE
POMERIDIANA
EDOARDO
DI MAURO : Iniziamo i lavori del pomeriggio con una sessione tutta dedicata
alla presentazione di alcune delle principali realtà italiane di musei di
arte contemporanea all'aperto.Doverosamente il primo posto spetta ad una
importante realtà della nostra regione come il MACAM di Maglione. Una
situazione centrata attorno alla carismatica figura del compianto Maurizio
Corgnati. Il testimone è stato preso dalla moglie Letizia, che darà
testimonianza di un'esperienza tuttora in divenire.
LETIZIA CORGNATI : Finora si è parlato di riqualificazione ambientale in
ambito cittadino, dove il problema è quello di dare nuova dignità ed
abbellire zone degradate. Il problema di Maglione, piccolo paese contadino a
cinquanta chilometri da Torino, di soli cinquecento abitanti, è esattamente
l'opposto. Ecco perché la nostra situazione è certamente anomala, anche se
ogni esperienza è sempre differente da un'altra a causa del mutato contesto.
Il nostro problema è stato quello di intervenire in un ambiente in cui si
doveva agire il meno possibile. Maglione era terra di transito nel 6-'700, gli
eserciti francesi e spagnoli distrussero tutto, non v'era più nulla di
antico. Mio marito, che era nato lì, si pose il problema di dare una
piacevolezza "diversa" all'ambiente e di insinuare dolcemente
nell'animo di un contadino senza preparazione artistica una vaga possibilità
di scrutare con occhio diverso quello che finora non si poneva il problema di
vedere. Se per il vostro progetto la chiave del successo sta nella
disponibilità degli abitanti nei confronti delle opere, nel nostro caso si
tratta di un'operazione fine a sé stessa, in cui questo tipo di consenso è
impossibile da raggiungere. La popolazione accetta con gentilezza passiva
tutto quello che noi facciamo, ma non si può pretendere comprendano la
missione autentica dell'artista. Per loro, abituati al lavoro manuale,
l'artista è colui che "non lavora". Si trattava di inserirsi
all'interno di un paese dove vige una monocultura contadina, e la nostra
operatività ha dovuto confrontarsi con un ambiente ristretto, privo di grandi
spazi, di aperture. Il Museo è nato nel 1985, per pura "gioia di
vivere", per una scommessa di mio marito, quella di rendere artistico un
ambiente assolutamente neutro. Con la speranza di educare gradualmente
l'occhio dei contadini nella speranza che i bambini, crescendo, possano
manifestare disponibilità verso l'arte contemporanea. Si tratta di un
ambiente, come detto, ristretto, difficile da violare, bisogna quindi evitare
il monumentalismo, soprattutto nella scultura, creando viceversa le condizioni
per una crescita "armonica" e naturale delle installazioni.
Disponendo di contributi pubblici, sebbene non particolarmente ingenti, non
potevamo permetterci l'effimero. L'arte contemporanea si è molto indirizzata
verso l'effimero. Noi cerchiamo prima di tutto di garantire l'uso di materiali
come il ferro, la pietra, l'affresco pittorico, in breve le tecniche
"tradizionali". In questa direzione va la scuola d'affresco, che
teniamo da cinque anni, con il supporto degli enti pubblici, per i ragazzi
delle Accademie italiane. L'artista non ha, oggi, una preparazione tecnica che
garantisca la tenuta del lavoro. Non possiamo permetterci di restaurare un
affresco dopo due anni. Muri integri non ne esistono a Maglione, bisogna
innanzitutto risanarli e stare attenti ai problemi connessi con l'umidità. Ci
sono poi le questioni di competenza tecnica con i muratori chiamati ad
intervenire sulle pareti. Alcuni dei primi affreschi sono svaniti subito per
un incauto uso del cemento. Fondamentale poi l'integrazione dell'opera con
l'ambiente, in taluni casi abbiamo rifiutato opere di artisti di grande
levatura perché abbiamo ritenuto non vi fosse armonia tra opera ed ambiente.
Non vi è comunque un progetto preciso, non può esserci data la natura e la
storia del luogo, le 155 opere che compongono il museo sono germinate quasi
con moto spontaneo, tramite l'amicizia e la solidarietà che univa noi agli
artisti.
Segue
una proiezione di diapositive che illustra il composito e variegato universo
artistico di Maglione, in cui figurano molti tra i più importanti artisti
contemporanei, commentate con passione da Letizia Corgnati
EDOARDO
DI MAURO : In attesa degli interventi relativi alle altre realtà italiane
invitate concludiamo la sezione di interventi dedicata al nostro Museo con due
contributi, il primo è dell'arch. Giovanni Sanna, curatore del MAU.
GIOVANNI SANNA : Per coloro che ancora non conoscessero l'ubicazione di Borgo
Campidoglio preciso la sua collocazione semicentrale, un vecchio borgo operaio
edificato tra la fine dell'800 ed i primi del'900. Ha la caratteristica di
presentarsi come un paese dentro la città : case basse, strade strette, non
più larghe di sei metri. Tra gli obiettivi che si era posto il progetto di
massima, quello del'95, c'era il rafforzamento dell'identità, senza dubbio
una delle fonti di malessere delle nostre città. Si è voluto intervenire in
questo senso per far si che gli abitanti si affezionassero di nuovo al loro
habitat, al contesto abitativo, e rafforzassero il senso di appartenenza.
Attraverso il progetto del Museo di Arte Urbana si cerca di rafforzare
ulteriormente l'identità di questa zona. Questo lo si è fatto coinvolgendo i
proprietari delle abitazioni. Non solo chiedendogli un parere, ma collaborando
in termini di partecipazione alla spesa del restauro delle facciate. Si è
quindi stabilita, nei confronti dell'arte, una autentica collaborazione tra
pubblico e privato. I residenti hanno la possibilità di apprezzare
privatamente un'opera d'arte che è, al tempo stesso, patrimonio di tutti. Per
rafforzare ulteriormente il già citato senso di appartenenza ci si è
indirizzati anche verso la didattica nelle scuole, in modo da educare le
giovani generazioni alla fruizione dell'arte. Il mio intervento vuole essere
breve per lasciare spazio agli altri, questa giornata non è da intendersi
come una nostra celebrazione, il lavoro da fare è ancora molto.
FRANCO ADORNO : Volevo introdurre il prossimo intervento, che sarà di
un'insegnante della scuola media Manzoni di Borgo Campidoglio, per
sottolineare come la didattica sia un elemento fondamentale del progetto
integrato. Il 90 % dei bambini del nostro quartiere frequenta quella scuola.
Quindi un progetto scuola-territorio, una iniziativa di educazione ambientale
deve doverosamente coinvolgere quella scuola, alla quale è aggregata anche la
materna. Su questo noi stiamo investendo molto, pienamente corrisposti dagli
organi scolastici. Abbiamo qui con noi l'insegnante Mancini che ha tenuto un
corso mirato a far recepire ai bambini della scuola i contenuti del Museo di
Arte Urbana, progetto, come già detto stamattina, intitolato "Leggere il
Borgo ".
ROSANNA MANCINI : La nostra scuola è stata coinvolta in questo progetto, che
ha permesso ai ragazzi di conoscere la realtà al di fuori delle quattro mura
della scuola. Abbiamo lavorato sul Borgo Vecchio analizzato da un punto di
vista storico e sociale, affrontando poi l'argomento delle pitture murali. Si
è detto ai ragazzi : "oggi andremo al MAU". Al che la curiosità si
è accesa subito. All'inizio vi è stato il richiamo onomatopeico, pensavano
di andare a vedere dei gatti. Ho così specificato : "il MAU è una GAM".
Il richiamo è stato all'esperienza del laboratorio svolto presso la Galleria
d'Arte Moderna. Ho precisato allora che l'ambiente non era al chiuso ma
all'aperto, per di più collocato nel quartiere dove vivevano. Siamo usciti e,
all'obiezione che loro non avevano mai visto niente, ho replicato citando la
loro abitudine di guardare le cose distrattamente. Abbiamo iniziato la ricerca
di queste pitture. Si è trattato di un lavoro interdisciplinare, alla storia
del Borgo si è affiancato lo studio della planimetria e delle ubicazioni
dello stesso. La visione delle pitture murali è stata in grado di suscitare
delle emozioni. Ai ragazzi non sono stati svelati i nomi degli autori dei
dipinti, dal mio punto di vista era poco importante, data l'età troppo
giovane. Hanno iniziato a leggere le parole chiave di queste pitture, che
emozioni danno, cosa hanno voluto dire gli artisti. I ragazzini di oggi,
grandi manipolatori di computers, stanno perdendo la fantasia. La scuola
dovrebbe capire come uccidere la fantasia in un bambino significhi in futuro
avere degli adulti molto aridi, anche se in grado di usare macchinari
estremamente complessi. I bambini hanno iniziato a proporre le loro
ricostruzioni, ad esempio per la pittura raffigurante, tra le altre cose, un
drago, hanno immaginato che il proprietario avesse dei figli amanti delle
favole. In un altro caso c'è un opera rappresentante un cancello con delle
nuvole, in una bambina quest'immagine ha evocato il ricordo della nonna morta
e volata in cielo. I ragazzi sono in questo modo riusciti ad esprimere i loro
sentimenti e questo è quanto mai positivo in una società dove non vengono
manifestati perché causa di vergogna. Tutti conoscevano il tragitto
scuola-casa, ma non conoscevano il Borgo Vecchio. La visita alle pitture è
stata un'utile pretesto, al punto che molti bambini hanno ammesso la loro
incredulità rispetto alla sua bellezza. Abbiamo potuto visitare i cortili,
altra peculiarità del Borgo, ed è stata riscoperta la valenza positiva di
questi ultimi in termini di socializzazione. I ragazzi hanno poi coinvolto i
genitori in quest'opera di riappropriazione del territorio. Questo è
fondamentale, i bambini sono nati lì e devono avere un punto di contatto con
le loro vie, le loro strade. Ai nostri ragazzi non è permesso di uscire in
città, perché i pericoli sono molti. Nel quadrilatero del Borgo è però
tutto più tranquillo, le strade sono strette, passano poche macchine, anche i
commercianti sono più disposti al dialogo. I bambini hanno iniziato ad
avventurarsi per le vie, senza ritrovarsi unicamente nella centrale Piazza
Risorgimento. Una pittura ha impressionato particolarmente, anche se il suo
significato appariva oscuro. Uno di loro ha scritto : "forse il pittore
non ha voluto farci capire nulla per stimolare la nostra fantasia. ". È
stata un'esperienza entusiasmante. Ho partecipato a tanti laboratori, anche a
quelli proposti dalla GAM e dal Comune, ma questo è quello che ha colpito di
più me ed i bambini. Io sono un'insegnante proveniente da un'altra zona,
conoscevo corso Svizzera, Piazza Risorgimento, i negozi, ma non conoscevo
Borgo Vecchio. Non ero mai entrata in queste belle strade, con le case piccole
ed i balconi con tanti gerani. Camminare qualche volta con la testa per aria
fa piacere, ammirare le pitture, perché tutto questo crea, nel bambino e
nell'adulto, una grande emozione. La cultura scolastica italiana è troppo
"libresca ", l'apprendimento diretto delle cose, dell'arte, così
sottovalutato, è estremamente importante.
Viene a questo punto proiettato il video della "Fiumara d'Arte " di Antonio Presti.
ANTONIO
PRESTI : Io ringrazio questa splendida organizzazione che ci sta ospitando per
testimoniare un'esperienza concreta, del fatto, del detto, dell'utopia. Quando
ho iniziato questa storia in Sicilia quindici anni fa ho dovuto affrontare
parecchie difficoltà, perché ho assunto delle posizioni verso il mio
territorio non soltanto rispetto al linguaggio estetico, ma soprattutto di
impegno etico nei confronti di una terra che è sempre stata marchiata dalla
cultura mafiosa, mentre la nostra proposta doveva nascere in contrapposizione
a questo linguaggio. Come imprenditore ho fatto delle scelte difficili,
perché ho donato questo patrimonio inestimabile alla terra di Sicilia ed il
potere, quel potere al quale io non appartengo, invece di accettare questa
donazione, come avete visto nel video, in alcuni momenti ha creato delle
situazioni pesanti, sia a livello privato e personale che come intervento
sulle opere stesse. C'è stato un attentato, l'ordine di demolizione, dieci
anni di processi, la Cassazione alla fine ha scelto la via dell'assoluzione.
Io non ho optato per la scorciatoia del condono politico, perché non
appartengo a quel potere, quindi non può essere quella legge a sanare un
abuso che non era di materia ma di spirito. Non ho fatto nessun compromesso
politico, non mi sono arricchito con questa storia, anzi, ho devozionalmente
messo il mio patrimonio al servizio della cultura. Tutte cose che, quando si
pensano, possono sembrare un sogno, quando si vivono possono diventare
drammatiche. La mia vita è stata difficile, per via della scelta compiuta.
Oggi sono qui a testimoniare ed a manifestare, invece, l'amore per la mia
terra, per la Sicilia e la "sicilianità" contemporanea, che spero
di rappresentare in maniera seria ma anche simpatica, un po' anarchica,
perché costruire delle opere abusive fa sorridere, eppure il potere tenta di
fermarti, di ammazzarti, di farti fallire, come è tipico dei loro linguaggi.
Non vi voglio tediare con il passato ma invitare alla grande manifestazione
che organizzo il 16, 17 e 18 giugno. Si tratta di una risposta politica, la
mia risposta alle politiche culturali sul territorio. Dopo undici anni
chiudiamo la stanza di Nagasawa. La stanza di questo grande artista è un
omaggio che noi facciamo alla terra : si entra in un tunnel lungo venticinque
metri, un ipogeo, una stanza sotterranea, una barca d'oro appesa al soffitto
che veniva donata, il 16 giugno di undici anni fa con un concetto di
negazione, di rinuncia all'opera in nome della bellezza. Alle quindici e
trenta di quel giorno venne un rappresentante del governo a sequestrare
l'opera perché ritenuta abusiva. Quindi l'opera non ha potuto chiudere il suo
ciclo. Vi ho detto che amo la Sicilia, ma non amo più di tanto il suo
territorio perchè sono stato in parte costretto ad andarmene dalla Fiumara
d'Arte in quanto laggiù la mia vita privata era diventata
difficile,trasferendomi a Catania. Prima del trasferimento abbiamo realizzato
una importante manifestazione l'anno scorso e voglio completarla chiudendo il
ciclo della Fiumara d'arte. Noi doneremo l'opera, con quest'atto di chiusura
della porta, e la doniamo con un testamento pubblico : un notaio e tutte le
persone presenti saranno testimoni. La doniamo in nome della purezza e della
bellezza. Questo omaggio viene elargito al pubblico, agli amici presenti, ma
negato al potere politico. Sto infatti inviando dei comunicati stampa in cui
sottolineo l'esclusione della classe politica. Loro non devono godere di
qualcosa che non gli appartiene. Per testamento lascio scritto che noi
consegniamo quest'opera "in spirito" al futuro ed anche nel futuro,
quando tra cent'anni, così è scritto, apriranno questa stanza, anche allora
non dovranno essere presenti gli uomini che rappresentano il potere. L'opera
si chiude senza di loro, senza di loro si riaprirà. Questo il messaggio
politico che un discorso di coerenza verso il territorio può manifestare. Il
17 giugno andremo a Catania. In un laghetto, nella zona dei Mercati Generali,
il maestro Nagasawa e Presti allestiranno una vera e propria flotta. L'arte da
una parte chiude un ciclo e dall'altra rinasce, creando 49 banche d'oro. Li si
svolgerà una grande festa e rinascerà l'opera di Nagasawa con la sacralità
del "sette per sette ", di questo viaggio della barca che era appesa
al soffitto e galleggia sul laghetto. Il 18 giugno ci trasferiremo a
Castiglione Sicilia, paese della valle dell'Etna, dove organizzeremo la festa
del "chilometro di tela ", un omaggio ad una collettività che ogni
anno si presta ad organizzare questa manifestazione. Con l'ingresso dell'arte
nella vita, dell'ordinario nel quotidiano, si mangia dalle famiglie alle quali
viene donato un frammento della gigantesca tela. L'arte riprende un ruolo
attivo di comunicazione. Quando mettiamo una targa di ceramica di fronte alle
porte noi forniamo una sorta di "certificato antimafia " culturale.
Chi va lì e bussa, trova l'arte che apre queste porte, fa crescere una
generazione col concetto di "porte aperte". Ci sono poteri che
chiudono le comunicazioni, contropoteri che riescono ad aprirle. Tutto questo
porta ad una mia scelta etica sul rapporto tra arte e territorio. Si tratta di
dare un'anima a questo progetto, è stato l'impegno della mia vita, costellata
di sacrifici. Sono ancora felice di sostenerlo a quarantatrè anni e, per
questo, a Catania ho istituito la "devozione alla bellezza ". Questa
nasce per fronteggiare un degrado. A Catania c'è un quartiere che si chiama
Librino, abitato da novantamila residenti. Dall'altra parte c'è il potere
cittadino, identificabile nel sindaco e nel ministro di turno. Mi sono
trasferito a Catania e sono andato dal Sindaco chiedendo di disporre della
sacralità più forte della città, cioè sant'Agata. Ogni anno, quando la
Santa viene portata in processione, noi doniamo al quartiere di Librino non
per atto deliberativo, perché ho lasciato il Comune fuori da questa
manifestazione, ma per atto devozionale, la bellezza in un quartiere dove
altri uomini, in nome del denaro, hanno creato un abuso. Questa è una
posizione nuova che voglio assumere anche rispetto ai luoghi di
"mancamento ". Spesso noi in questi luoghi, nelle periferie, nel
degrado, interveniamo con presunzione, con arroganza, parlando di
solidarietà, di recupero, quando siamo invece un po' complici di questo come
società, come contemporaneità. Con la sola solidarietà spesso non si riesce
ad imporre attenzione su di un luogo. Ho ritenuto di usare la simbologia più
forte disponibile a Catania, quella propria di Sant'Agata. Non ho chiesto
soldi al Comune, li chiedo agli imprenditori catanesi e, se questi non
rispondono, mi impegno io. Sono felice quando penso che, a prescindere dalla
mia esistenza, a Catania, la notte del 3 febbraio, deve nascere un'opera
d'arte monumentale in questo quartiere, non per delibera del Comune, ma per
devozione della città. Sono felice di essere riuscito, in maniera anarchica,
a dribblare il potere politico dicendo : "io vengo a Catania ma, questa
volta, non sono più abusivo, sono quello che sospinge verso la devozione alla
bellezza". Questo i catanesi lo stanno comprendendo, Sant'Agata mi sta
aiutando, per vent'anni, al quartiere di Librino, bisognerà donare
devozionalmente un'opera d'arte. Quando l'arte riesce a ritagliarsi uno spazio
autonomo, senza appartenenze politiche si può dire, come io dirò al potere
il 16 giugno : "stai a casa, questa volta non ci sei", consegnando
alla storia dell'arte un'opera che resterà pura, innocente, perché loro non
la guarderanno. Se vado a Catania, vado a Librino, dove c'è il degrado, c'è
il male, la mafia, Nitto Santapaola, io mi schiero con il bene servendomi
della cosa più sacra della città, Sant'Agata La Santa sarà felice di sapere
che, quando va in processione a Librino, si manifesta la bellezza. Lo stesso
farò a Gela, dove ho proposto al Sindaco la trasformazione etica della
città. Saprete che Gela è uno dei luoghi più brutti della Sicilia,
deturpato da una cultura dell'abuso degli anni'60. A Gela stiamo approntando
un progetto di riscatto della città, di trasformazione etica di questo stile
"non finito" siculo, col tramite di grandi artisti che interverranno
sui palazzi, trasformando quei contenitori in un'altra possibilità,
tramutandoli in opere d'arte, non solo con la pittura e la decorazione ma
investendo l'intero volume dei palazzi. Lo sto facendo con l'accordo degli
abitanti di una via di Gela che si chiama "Cezanne. Sono quaranta palazzi
in cui sto realizzando un bellissimo osservatorio astronomico con Studio
Azzurro, per antitesi contro il degrado della terra bisogna alzare gli occhi
al cielo. Sono poi andato all'UNESCO per far dichiarare Gela "patrimonio
dell'umanità", perché solo così si può tentare di assumere una
posizione diversa rispetto ad uno dei luoghi più brutti della Sicilia.
L'UNESCO, invece di tutelare solo la materia in nome della bellezza, questa
volta ha la possibilità di tutelare lo spirito di una collettività che
attende bellezza. Questa è la mia storia. Una storia che nasce un po'
travagliata, in solitudine, ma sono felice di portare la testimonianza
sofferta della Fiumara d'Arte che, assieme a Gibellina, dimostra come la
Sicilia, nel contemporaneo, può, talvolta, mostrarsi superiore al Nord. La
Sicilia, che è famosa per il "non fatto " e il "non detto
", per la prima volta fa e dice delle cose. Un Museo all'aperto è
un'idea, un progetto, un pensiero, non basta collocare un oggetto d'arte più
o meno grande all'aperto. Bisogna stare attenti a non creare confusione,
approfittando della fame di linguaggio. Ho intrapreso il mio percorso
quindicennale cercando di fare meno sbagli possibili, non sono un uomo colto
di studi, ma di spirito. La bellezza è servizio, amore, bisogna non essere
presuntuosi anche nei discorsi relativi al recupero ambientale.
EDOARDO DI MAURO : Ringrazio Antonio Presti. Per quanto mi riguarda penso
proprio di fornire il mio piccolo contributo devozionale a questa
celebrazione. Proseguiamo ora con altre testimonianze di realtà molto diverse
per il modo in cui sono nate, per il rapporto che hanno con il contesto in cui
si sviluppano, ma tutte accomunate da una grande passione e da una voglia di
scommettere e di progettare sull'arte. Creare, definiamolo così, un museo
d'arte all'aperto presuppone un tirocinio lungo, sofferto, e, molto spesso, le
vie praticate adesso rispetto all'arte cercano, piuttosto, scorciatoie. Siamo
in un periodo, da questo punto di vista, estremamente confuso e sconnesso.
Gesti come quelli che portano alla creazione di queste situazioni sono gesti
d'amore, in questo sono perfettamente d'accordo con Antonio, e richiedono
grande pazienza. Chi immagina l'arte come cosa facile ed effimera non è certo
persona adatta a seguire questo tipo di progettualità. Proseguendo in questo
giro di testimonianze passiamo al progetto ideato da Edoardo Manzoni e curato
da Maurizio Sciaccaluga in un altro ambiente, anche in questo caso un'isola,
la Sardegna. Chiamo quindi ad intervenire Edoardo Manzoni, che è stato una
figura storica tra i galleristi italiani, per molti anni ha diretto la
galleria "La Polena" di Genova e successivamente si è gettato con
grande entusiasmo in questa nuova esperienza, che io ho ammirato di persona e
vi assicuro essere iniziativa di notevole spessore e qualità rispetto al
livello delle opere e degli artisti invitati.
EDOARDO MANZONI : Buonasera a tutti e grazie di averci invitato. Credo ormai
quasi tutti sappiano come sono negato a tenere conferenze, quindi vi eviterò
questo strazio. Maurizio Sciaccaluga, curatore del Museo, dopo una breve
introduzione, vi illustrerà le opere che abbiamo realizzato in questi cinque
anni.
MAURIZIO SCIACCALUGA : L'iniziativa di Edoardo Di Mauro di realizzare
un'iniziativa sull'arte ambientale, sui Musei all'aperto, mi sembra molto
importante per il tempismo, non perché si inizi solo ora ad occuparsi di
quest'argomento, Antonio Presti è un maestro in questo senso, ma perché in
questo momento c'è un grande "boom" di arte ambientale, dovunque ci
sono mostre all'aperto, ogni paese organizza il suo sit-in nel parco dove gli
artisti espongono opere, installazioni, e quant'altro. Volevo rifarmi ad una
affermazione che ha fatto prima Antonio. Non è che l'arte sia ambientale ,
colloqui con l'ambiente solo perché è sistemata al di fuori di una galleria
o di un museo, perché non è protetta da quattro mura. In realtà, il più
delle volte, quando si espongono delle opere all'aperto non si fa altro che
far finta che non esistano più le mura, ma lo spazio resta comunque un luogo
protetto. Perché raramente le opere dialogano, si rapportano realmente al
territorio. Il territorio le subisce, il più delle volte, o comunque non
interagisce. Uno dei rischi più grossi per chi come noi, a Tortolì, realizza
sculture permanenti, è quello di inaugurare un nuovo monumento, imponendo ad
una piazza, ad un luogo, una scultura, perché questo è il modo in cui si
opera in Italia, la legge lo consente, e via dicendo. Ma la scultura non
cambia la realtà del territorio, né la migliora, come testimonia un'opera
molto divertente di un artista, Umberto Cavenago che, tra l'altro, realizzerà
per noi una grandissima installazione, probabilmente il prossimo anno, la cui
messa in opera richiederà la riprogettazione di una strada. Per tornare
all'assunto iniziale, Umberto ha realizzato un gioco al computer dove ha
fotografato tutte le piazze di Milano in cui si trovano delle sculture,
sculture "imposte" al luogo. Opere non nate per quello spazio o che
semplicemente non lo hanno sposato. Ha fotografato queste piazze e, con un
gioco al computer, spostando il cursore col "mouse" sulla figura
della scultura e "cliccando ", si possono far sparire per incanto
restituendo alla piazza la sua verginità. A quel punto si riesce facilmente
ad intuire quale opera è stata di troppo, in questi anni, e quale invece,
perdendosi, priva il territorio di un segno forte. Volendo Cavenago fare un
discorso provocatorio ha scelto dei monumenti che non portavano l'arte in
mezzo alla città, semplicemente ricordavano qualcosa. A Milano c'è un
monumento a Pertini progettato da Aldo Rossi, straordinario architetto, ma
quest'opera, in Piazza della Croce Rossa, è un cubo di pietra di dieci metri
di lato sistemato in una Piazza che misurerà, in tutto, venti metri, in una
zona centrale di Milano vicino a via Manzoni. Dunque, in uno dei pochi slarghi
utili in un centro cittadino che ne è privo, hanno piazzato questo tubo che,
al di là del fatto che possa essere bello o brutto, in realtà non è neanche
visibile, non può essere giudicato, perché è una violenza carnale operata
sul tessuto urbano. Oltretutto non deliberatamente, perché io posso anche
accettare che l'artista violenti il territorio, se l'idea di base è molto
forte può fomentare nuove idee per la vita cittadina. Ma, in quel caso,
l'oggetto resta semplicemente estraneo, soltanto ingombrante, terribilmente
ingombrante. Noi a Tortolì abbiamo cercato, sperando di non avere sbagliato,
di non creare oggetti ingombranti, ma di dare ad una città con una storia
molto particolare una nuova sistemazione urbanistica, non da architetti, ma da
amanti dell'arte. Le opere sono state sistemate in zone prive di connotazione,
che si erano sviluppate senza un'idea forte di fondo. Vi faccio un esempio
molto banale. La prima opera permanente realizzata, quella di Mauro Staccioli,
è stata costruita in un incrocio. Al centro di quest'incrocio c'è un
triangolo verde al posto di quella che era prima una discarica a cielo aperto,
piena di rovi. La zona era talmente brutta che quel piccolo slargo non aveva
neanche un nome, perché probabilmente era sorto al di fuori del piano
regolatore. Il Museo ha fatto risistemare tutto, è stata collocata l'opera di
Mauro Staccioli. Adesso, quando gli abitanti di Tortolì si domandano l'un
l'altro il luogo dell'abitazione, quel luogo un tempo brutto ed anonimo è
diventato "Piazza Staccioli ", ovviamente non nella toponomastica,
ma per il senso comune. Le sculture, nel loro complesso, sono diventate segni
importanti perché rappresentano l'unico segno visibile di una realtà che,
altrimenti, ne sarebbe priva. Spero che questo possa agevolarvi nella visione,
per diapositive, delle opere. Attualmente vi sono undici sculture già
installate, se ne stanno realizzando altre tre, vi è poi un altro progetto in
ballo, probabilmente finanziato dalla CEE, che prevede la messa in cantiere di
sculture realizzate da grandi maestri europei.
Segue una proiezione di diapositive, commentate con competenza da Maurizio Sciaccaluga. Scorrono immagini di Massimo Kauffmann, Corrado Bonomi, Giovanni Campus, Umberto Mariani, Hidetoshi Nagasawa, Mauro Staccioli, Pietro Coletta, Ascanio Renda. Si mettono in evidenza alcune peculiarità della situazione posta in essere da "Su logu de s'iscultura " come il rapporto tra opera ed ambiente, opere che hanno spesso la forza del "work in progress ", il non facile rapporto con una natura "forte ", la partecipazione attiva ed orgogliosa dei cittadini, la miscellanea di proposte equamente divise tra maestri consacrati dell'installazione ambientale e validi esponenti dell'ultima generazione.
EDOARDO
DI MAURO : Conclude la serie degli interventi Marco Fioramanti, un artista
romano che ho conosciuto l'anno scorso, durante la mia esperienza di
insegnamento presso l'Accademia di Belle Arti di Roma. Marco Fioramanti fa del
nomadismo culturale ed esistenziale la sua ragion d'essere. Da un punto di
vista artistico Marco si è caratterizzato per una particolare attenzione
verso i temi dell'arte rapportati alla dimensione socio-ambientale. Ultima
tappa del suo itinerario in Portogallo, a Celorico da Beira, località
dell'interno distante circa trecento chilometri da Lisbona. Tra le varie cose
sta lavorando, come commissario artistico, ad una manifestazione che si terrà
nel 2002, la prima Biennale Internazionale del Portogallo, dedicata a
tematiche vicine a quelle cui oggi abbiamo intitolato una giornata di
riflessione e lavoro.
MARCO FIORAMANTI : Desidero prima di tutto ringraziare Edoardo Di Mauro per
avermi invitato a questo convegno. Noto con molto piacere tra i relatori la
presenza di Antonio Presti, col quale ho avuto già modo di collaborare agli
inizi della Fiumara d'Arte. La mia presenza qui a Torino è in duplice veste,
di artista e curatore di una manifestazione di arte contemporanea
internazionale nel nord del Portogallo, e precisamente a Celorico da Beira, di
cui ( prima dell'intervento, n.d.a. ), avete avuto modo di vedere un breve
filmato realizzato dalla televisione portoghese. Comincerò col parlare di
questa manifestazione, che ha la pretesa di ripetersi a scadenza biennale a
partire dall'autunno 2001. La data precisa sarà infatti nota entro breve in
quanto l'edificio che ospiterà i lavori, un capannone industriale attualmente
adibito a mercato d'asta del bestiame, è oggetto di un contenzioso giuridico,
in fase conclusiva, tra il Comune e un consorzio di allevatori, ma presto le
autorità pubbliche acquisiranno la totalità dei diritti sull'immobile in
esame. Il progetto di ristrutturazione prevede la completa trasformazione
dello spazio espositivo, che assumerà l'aspetto esteriore di un vero e
proprio hangar suddiviso internamente da pareti mobili per consentire la più
ampia flessibilità funzionale. Oltre la sala di lettura e la mediateca, con
l'archivio online di tutti gli artisti partecipanti, sarà inoltre creata una
sala teatro-performance, con cabina di proiezione, e un collegamento con la
caffetteria al piano sottostante. Saranno naturalmente previste anche
installazioni in esterni con interventi artistici allargati a situazioni
specifiche locali, tali da valorizzare il territorio circostante. L'idea della
Biennale è nata dal Presidente da Càmara Municipal di Celorico da Beira,
dott. Jùlio Santos, il quale ricopre, secondo la legislatura portoghese, un
incarico più complesso del nostro Sindaco, dovendo amministrare non uno
soltanto, ma un Consiglio di centri urbani, in questo caso ventidue. Il primo
incontro di questo sodalizio è avvenuto a Parigi nell'aprile del 1997,
nell'atelier di un'artista portoghese, contiguo al mio studio a Montparnasse,
e si è poi sviluppato attraverso una serie di dialoghi ed un sopralluogo
nella cittadina portoghese. Patrocinata dal Ministero alla Cultura, dalla
Fondazione Mario Soares, dalla Fondazione Serralves e da numerosi
amministratori locali, la Biennale sarà presieduta dallo scrittore Antònio
Lobo Antunes. Il titolo della manifestazione, apparentemente ambizioso, "
Perle Rare ", nasce con la voglia di presentare senza timori né inutili
provocazioni una certa arte contemporanea aggiungendo, alla meraviglia di ogni
evento internazionale di qualità, un'altra meraviglia, quella della novità,
la novità di potere apprezzare artisti meno celebri ma di pari talento,
portatori di nuove poetiche che arricchiscono e completano il quadro della
contemporaneità artistica. Un progetto audace che prevede, inoltre, nelle
prime tre giornate di apertura, la realizzazione di un congresso dal titolo
" Ars mea…Ars Nostra ", in cui i relatori, artisti partecipanti e
personalità legate al campo della letteratura, filosofia, storia e critica
d'arte affronteranno dal vivo i loro settori specifici dando poi vita ad un
dibattito aperto. Il catalogo, curato probabilmente da Mazzotta, conterrà,
oltre le opere esposte, le biografie degli artisti e i testi introduttivi,
anche una sezione con gli atti del convegno precedentemente forniti dai
relatori stessi. A garanzia della qualità della Biennale portoghese, tra gli
artisti, un nome per tutti, Salvatore Scarpitta, tra le istituzioni italiane,
la collaborazione dell'Ambasciata a Lisbona attraverso l'Istituto Italiano di
Cultura e l'allestimento delle opere a cura del dott. Luigi Sansone del PAC di
Milano. Passerei ora alla proiezione di alcune diapositive per mostrare
momenti tra i più significativi della mia ventennale ricerca, basata su
modelli antropologici, evidenziando quella parte legata alla contaminazione
con il territorio che è il tema, appunto, del convegno. Ogni intervento che
vedrete ha la pretesa di similare un presagio, di identificare, in chiave
geomantica, " luoghi di potere " all'interno dei quali realizzare un
evento, cercando di evidenziare quella componente segreta, non visibile,
dell'essere umano, ab originis, attraverso la quale il mondo si trasforma
davanti ai nostri occhi. Comincerò con queste due immagini "geografiche
", scattate in sequenza spaziale, ma in tempi differenti, il luogo è l'Ile
de Breah in Bretagna, una delle aree in cui è maggiormente evidente il
dislivello tra alta e bassa marea. La prima immagine, scattata con l'alta
marea, è strettamente legata alla seconda, in secca completa, attraverso
evidenti punti di riferimento. Con due proiettori in simultanea si ottiene
dunque un effetto-choc contemporaneo, impossibile nella realtà. Qui siamo a
Roma, sul Ponte Sisto, nell'aprile 1984: il movimento " trattista "
ha già da alcuni anni gettato le basi, nella sua esperienza di gruppo, sulla
componente sociale e stilistica delle pratiche rituali. Giantomaso Liverani
della " Salita " organizza un happening di tre giorni dove sei
artisti intervenivano, sotto gli occhi del pubblico, su una tela di 100 mq
stesa sul ponte. Terminata l'opera, questa sarebbe stata messa in vendita a
100.000 lire al metro quadro. Sei mesi più tardi Massimo Riposati della
Galleria MR propone, con il patrocinio del Comune di Roma, un'operazione
analoga alla quale partecipano stavolta, per tre giorni e tre notti
ininterrottamente, dieci scultori, sul Ponte Sant'Angelo. Il mio lavoro è una
zattera-pira funebre che prenderà poi cammino sul fiume. Nel dicembre 1984, a
Berlino Ovest, " Porta di Brandeburgo libera " è il titolo di
questa foto-installazione, la prima di una serie che intendeva polemizzare sui
rapporti di libertà tra gruppi etnici adiacenti. La tela giustapposta, a
distanza, sulla Porta, elimina la barriera visiva del muro giocando sulla
corrispondenza geometrica tra le colonne della porta e i lati verticali della
tela. A questo intervento segue quello, ben più noto, della simulazione
dell'abbattimento del Muro di Berlino dipinto, nel marzo del 1985, con gli
stessi colori di una Wolkswagen posta a diretto contatto con quello. Dopo la
caduta del Muro, quattro anni dopo, il Museum am Checkpoint Charlie acquistò
la gigantografia di questo lavoro in esposizione permanente. Nell'estate 1985,
sulle tracce di Stonehenge, propongo un'altra interpretazione di una possibile
relazione geografico-planimetrica con le strutture megalitiche. Nel gennaio
1988, a New York, l'intervento su questi legni assemblati, bruciati e dipinti,
opportunamente fotografati dalla Brooklyn Promenade verso Manhattan,
consentono di creare un enorme grattacielo arcaico che si va ad inserire
perfettamente nello skyline di New York, metropoli per antonomasia priva di
centro storico. Durante l'estate 1991 ci troviamo tra gli allineamenti
megalitici di Carnac in Bretagna. L'immagine mostra una delle grandi pietre,
toccata con consapevolezza, con l'intenzione di assorbirne la memoria. Questo
dell'Arca è un lavoro nato a Barcellona tra l'87 e l'88 e sviluppatasi poi
nell'esperienza di lavoro della Fiumara d'Arte attualmente trasformato,
nell'esperienza portoghese, nel progetto esecutivo di una Biblioteca
Municipale. L'aspetto esteriore resta inalterato ed il rivestimento dell'opera
è in legno realizzato con traversine ferroviarie in disuso. È del 1994
questa serie di immagini che ho definito " Trittico dell'atterramento,
adorazione, offerta ". Si tratta di una serie di posizioni legate alla
celebrazione di un rito : il corpo è nudo, ha il viso, le braccia e i
genitali cosparsi di polvere rossa, i segni bianchi, sul terreno o sulle
pareti di una grotta, stanno a visualizzare la risposta metafisica. Questo è
l'unico lavoro di interni di questa serie. Si tratta di un'installazione con
un giardino zen. Lo spazio è la galleria romana l'Officina di Gorgia, nel
gennaio 1995. La mostra si intitola " Nome di Lancia " ed è stata
curata da Lidia Reghini di Pontremoli. L'idea parte da un'esperienza del Sudan
egiziano, quando, alla fine dell'adolescenza viene data al giovane una lancia
che diventerà la continuità del suo stesso braccio. In questo caso vengono
messe in correlazione culture estremamente differenti tra loro. Nel luglio
1996 a Bordeneuve, nei Pirenei francesi, la disposizione dei massi di granito
e basalto recuperate in situ secondo un cerchio " aperto " di dodici
metri di diametro, evidenzia come l'individuazione di un sito geografico
specifico porta alla realizzazione di uno " spazio sacro ". Queste
immagini si riferiscono ad una seduta sciamanica in Nepal videoregistrata dal
sottoscritto per la durata di dodici ore consecutive. Si trattava di una
spedizione etnologica del novembre 1997, organizzata dal prof. Mastromattei,
docente di Antropologia Culturale presso la Seconda Università di Roma Tor
Vergata, nella regione del Maqquanpir, fuori dalla Valle di Kathmandu.
L'intero viaggio è stato impostato come viaggio-opera, con una continua
attenzione alle alterazioni sensoriali. Durante l'incontro con lo sciamano, ho
tentato di far coincidere l'intero percorso della seduta, le musiche, i gesti,
gli strumenti dell'azione e le bevande allucinogene con una possibile
esperienza personale.
EDOARDO DI MAURO : Credo sia stata un'esperienza molto interessante.
Chiaramente non è facile reggere un'intera giornata di lavori in uno spazio
come questo, specialmente in un ambito feriale. C'è stato un afflusso
valutabile attorno alle centoventi unità, decisamente qualitativo, un primo
concreto momento di verifica attorno a queste tematiche, che mi ha fatto
ricordare le " Domeniche con le Arti ", organizzate durante la mia
esperienza alla GAM. Ed è anche un momento in cui si stabilisce un rapporto
tra queste realtà italiane. Sarà molto importante, in futuro, mantenere la
circolarità delle idee, tenerci in contatto e portare avanti altre occasioni
di incontro e di riflessione attorno alle tematiche che ci appassionano, ci
stanno a cuore e costituiscono una parte importante della nostra vita.