FONDAZIONE ITALIANA PER LA FOTOGRAFIA
museo della fotografia storica e contemporanea


SEZIONE FOTOGRAFICA
(file JPG)

COMUNICATO STAMPA
(formato word)


INFORMIAMO I SIGNORI GIORNALISTI CHE LE FOTOGRAFIE RIPRODUCIBILI PER
LA STAMPA SONO A DISPOSIZIONE NELLA SEZIONE FOTOGRAFICA


NAUFRAGHI DI TERRA

Sala Bolaffi
Via Cavour 17

 in collaborazione

con Greenpeace e Regione Piemonte

 4 – 27 febbraio 2005

 Inaugurazione giovedì 3 febbraio ore 19.00

  4 fotografi

Raghu Rai e Viola Berlanda, Anabell Guerrero e Ivo Saglietti
3 UNIVERSI
BHOPAL (INDIA) IL PIÙ GRANDE DISASTRO CHIMICO DELLA STORIA DELL’UMANITÀ
SANGATTE (FRANCIA) L’UNICO CAMPO DI RIFUGIATI DELLA CRI IN EUROPA
MARINAI SEQUESTRATI NEL PORTO DI VENEZIA DAL 1997

GUEST
HANNO UCCISO IL RWANDA
Fotografie di Giovanni Romboni
per NutriPa Italia
Associazione per la lotta contro la malnutrizione
dei bambini del Rwanda

130 IMMAGINI
UN GRANDE AFFRESCO SUI NOSTRI REALI O POSSIBILI NAUFRAGI

130 fotografie, un libro visivo unico, scritto a 4 mani, da sfogliare, e nel quale ogni pagina/fotografia, scrive nella nostra mente pensieri differenti su un unico tema l’Odissea di alcune vite, ormai molte, troppe, che ci toccano da vicino. Tragici viaggi, viaggi non scelti, organizzati da una mano che di volta in volta si chiama ragion di stato, businness, spregiudicatezza, indifferenza del prossimo e nell’apocalisse più recente da un universo impazzito.
Viaggi subiti, che in alcuni casi non portano da nessuna parte, ma mutano profondamente l’esistenza, trasformando l’avventura di una vita in naufragio.

Il libro/immmagine è diviso in tre capitoli; tre reportage dalla forza straordinaria che passano dalla denuncia sociale e politica (Bhopal), agli oggetti/simbolo e ai dettagli dei corpi del Campo Profughi di Sangatte, all’intimità di un diario privato a bordo delle BDC (I Marinai Perduti)

BHOPAL LA TRAGEDIA CONTINUA 1984 – 2004 (in collaborazione con Greenpeace).
E’ il reportage firmato da Raghu Rai, noto fotografo indiano, membro dell’Agenzia Magnum, e da Viola Berlanda, giovane fotografa torinese. Raghu Rai ha scattato le immagini/ denuncia del disastro la mattina successiva (3 dicembre 1984) la mortale fuga di gas e il suo reportage ha fatto il giro del mondo (ma per la prima volta è a Torino); ad alcune di quelle immagini si aggiunge una serie realizzata 17 anni dopo (2001/2002) in cui la cronaca supera di gran lunga la storia.
Le stampe di Viola Berlanda sono scatti di un album di famiglia, realizzati un anno fa, dove nel quotidiano della famiglia Khan sono ancora molto evidenti le tracce del disastro. Ancora oggi l’acqua di Bhopal, che segna l’inizio del viaggio visivo di Viola Berlanda, ha un tasso di mercurio ben oltre la soglia, che intacca tutta la catena alimentare arrecando danni fisiologici irreparabili.

BORDERS Le immagini di Anabell Guerrero sono state realizzate nel Campo Profughi della Croce Rossa Internazionale di Sangatte (Francia), nato nel settembre del 1999 per froteggiare l’emergenza costituita dall’arrivo dei rifugiati in fuga dalla guerra del Kosovo e successivamente aperto ad altre popolazioni. Fuggiaschi, senza tetto, afghani, curdi, iracheni, popoli senza futuro né identità. Oggi il campo è stato smantellato e tutti sono stati “ri-accompagnati” nel proprio paese.
Sangatte era considerata una zona di transito. Il popolo di Sangatte non aveva ufficialmente identità, né casa, o protezione, una massa di “senza nome”, non classificabile. Non si potevano definire clandestini perché formalmente accolti nel campo; né rifugiati , né emigrati in cerca di lavoro in Europa.
Per molti anni Sangatte è stato un “non-luogo”, un posto illegittimo per persone che hanno perso i propri diritti, e che vivono al confine tra l’essere sociale e il non-essere.

I MARINAI PERDUTI di Ivo Saglietti ci raccontano del microcosmo di una nave rumena, sequestrata nel porto di Venezia dal 1997 e solo l’anno scorso messa all’asta al termine della normale procedura giudiziaria.
Le BDC (bandiere di comodo/flags of interest), sono le “carrette del mare” che assurgono all’onore della cronaca per i disastri ecologi di cui a volte sono protagoniste, ma non è solo questo. Cosa succede ai marinai di una nave posta sotto sequestro per il fallimento dell’armatore, per non idoneità alla navigazione, o per traffici illegali?
I mitici e scanzonati marinai diventano su queste navi, naufraghi, naufraghi di terra. Iniziano una nuova vita e un’altra quotidianità fatta di noia, umiliazione, speranza, paura, con il tempo scandito lentamente, lontano da tutto e da tutti, giorni che non finiscono mai, una nostalgia infinita, pensieri che galoppano giorno e notte, notti di poco sonno e molti sogni, chiusi in una gabbia di ferro che qualche volta ti parla e altre volte ti fa impazzire.

Guest HANNO UCCISO IL RWANDA
La mostra Naufraghi di Terra ospita NutriPa (Associazione per la lotta contro la malnutrizione dei bambini del Rwanda) e una serie di immagini scattate da Giovanni Romboni in una recente missione nel paese africano.
Rwanda Aprile1994: i numeri di un massacro: 10.000 morti al giorno / 400 ogni ora / 7 al minuto. Oltre 1.000.000 di persone uccise in soli 100 giorni
Una delle più efferate tragedie mai accadute, falsata dall’Informazione, considerata alla stregua dell’ennesimo sussulto dell’Africa selvaggia, quella del regolamento di conti tra le varie etnie, rimossa dalla coscienza collettiva.
Oggi la memoria del genocidio non serve a cauterizzare l’orrore, ma a restituire la speranza, a scuotere dall’indifferenza, a riportare la luce al paese delle mille colline.

Da dieci anni NutriPa è presente a Butare, seconda città più importante del paese, con l’ambizione di riconsegnare il sorriso ai bambini. Il Centro Nutrizionale, riconosciuto dal Ministero della Sanità rwandese, lavora in collaborazione con l’ospedale della città ed è in grado di accogliere fino a 50 bambini colpiti da gravi forme di malnutrizione.

Fondazione Italiana per la Fotografia
NAUFRAGHI DI TERRA
Fotografie di
Raghu Rai e Silvia Berlanda
Ivo Saglietti
Anabell Guerrero
Giovanni Romboni

Dal 4 al 27 febbraio
Sala Bolaffi
Via Cavour 17

Orario Lun-ven 15.00 – 19.00 Sab e dom 10.00 – 19.00
Ingresso intero 5,00 Euro / Ridotto 3,00 Euro
Ingresso gratuito con Abbonamento Musei 2005

Ufficio Stampa
Emanuela Bernascone
e.bernascone@tin.it
011.4361548
335.256829

www.fif.arte2000.net


NAUFRAGHI DI TERRA

GUEST
Rwanda
Giovanni Romboni
per NutriPa Italia
Associazione per la lotta contro la malnutrizione
dei bambini del Rwanda

La mostra Naufraghi di Terra ospita l’Associazione NutriPa Italia e una serie di immagini scattate da Giovanni Romboni in una recente missione nel paese africano.

HANNO UCCISO IL RWANDA
Rwanda Aprile1994
Il massacro, i numeri: 10.000 morti al giorno / 400 ogni ora / 7 al minuto
Oltre 1.000.000 di persone uccise in soli 100 giorni

Incredibilmente, nessuno ha ascoltato. E il genocidio è andato avanti: prima una persona, poi un’altra, poi un’altra ancora, minuto dopo minuto…
Una delle più efferate tragedie mai accadute, falsata dall’Informazione, considerata alla stregua dell’ennesimo sussulto dell’Africa selvaggia, quella del regolamento di conti tra le varie etnie, rimossa dalla coscienza collettiva.
Il Rwanda è stato l’apocalittico preludio di una guerra che lì vicino continua ancora.
Oggi la memoria del genocidio non serve a cauterizzare l’orrore, ma a restituire la speranza, a scuotere dall’indifferenza, a riportare la luce al paese delle mille colline.

Da dieci anni NutriPa è presente a Butare con l’ambizione di riconsegnare il sorriso ai bambini.

Giovanni Romboni
Nato a Camaiore (Lucca) nel 1959, inizia la carriera di professionista nel 1995. Dal 1996 collabora con il fotografo Massimo Vitali e stringe importanti contatti con il mondo della fotografia internazionale approfondisce le tematiche della fotografia di paesaggio orientando lo sguardo verso le città per documentarne la trasformazione contemporanea.
Nel 2003 compie due viaggi fotografici in Africa, per documentare il lavoro dell'Associazione umanitaria «NutriPa» che opera in Rwanda.

NutriPa
L’Associazione è nata per proteggere un bene comune dell’umanità: il diritto alla vita per ogni bambino per ogni famiglia, nel rispetto delle culture, dei diritti e nella condivisione delle conoscenze e dei sentimenti.
Il Progetto NutriPa nasce nel 1993 con lo scopo di fronteggiare il problema della malnutrizione infantile. Sullo sfondo della guerra, del genocidio, dell’insicurezza e della fame, due donne hanno fatto insieme un percorso invisibile.
Nadine Donnet, una docente di Geografia Fisica nata a Parigi, insegna dal 1976 nelle Università africane fino al 1994, quando ottiene la cattedra all’Università Nazionale del Rwanda; si trova coinvolta nella storia drammatica di questo paese, incontra Paola un’infermiera italiana, e decide di lasciare la carriera per dedicarsi ai bambini denutriti. Paola Pellegrinetti è un’ infermiera professionale di Camaiore (Lucca), che dopo 18 anni di lavoro in Ospedale vuole fare un’esperienza in Africa. Di fronte ad una realtà così drammatica, si licenzia dall’Ospedale e decide di costruire un centro per i bambini malnutriti.
Oggi infatti “NutriPa” è una Associazione Umanitaria Onlus che opera stabilmente a Butare, la seconda città più importante del paese, attraverso un Centro Nutrizionale che “vive” integrato al tessuto sociale e culturale del paese. “NutriPa” è stata riconosciuta dal Ministero della Sanità rwandese e lavora in collaborazione con l’ospedale della città.
Per il quotidiano funzionamento si avvale di personale locale. Il Centro è in grado di accogliere fino a 50 bambini colpiti da gravi forme di malnutrizione.

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NAUFRAGHI DI TERRA
1.
Bhopal 1984-2204
La tragedia continua
di Raghu Rai e Viola Berlanda

In collaborazione con Greenpeace

Il 3 dicembre 1984 il mondo intero è stato testimone del più grande disastro ambientale mai conosciuto. A Bhopal, in India, una fuga di gas mortale della fabbrica Union Carbide provoca, nei tre giorni successivi, la morte di 8.000 persone.
A oggi, questa catastrofe ha fatto 20.000 vittime e segnato fisicamente, invalidandole per sempre, più di 150.000 persone.

Vent’anni dopo i segni di questo tragico avvelenamento sono ancora evidenti. Ancora oggi molti tra i sopravvissuti, malati cronici, hanno bisogno di cure mediche. Le migliaia di testimoni ancora in vita, ma anche la seconda generazione nata dopo il disastro, continuano a soffrire di problemi di salute gravi e invalidanti. La maggior parte di loro non può più lavorare e non ha alcun sostegno familiare.
La fabbrica abbandonata dopo l’incidente è zona contaminata, ancora piena di materiali tossici abbandonati e stoccati in sacchi e bidoni.
Greenpeace a sostegno delle associazioni delle vittime, ha raccolto le prove dell’alto tasso di inquinamento dell’area, e del coseguente inquinamento delle falde sotteranee utilizzate come acqua potabile dalle famiglie residenti. Scaricando la responsabilità sul governo indiano, l’Unione Carbide è riuscita a sottarsi agli obblighi di risarcimento.
Sottostimando i danni, per limitare la sua responsabilità economica, l’Union Carbide ha trascurato volutamente il suo ruolo etico e morale all’interno della vicenda.
Nel 2001 l’Union Carbide è stata assorbita dalla Dow Chemical diventato così il primo gruppo chimico del mondo. La Dow Chemical a oggi, non ha dimostrato di volersi in alcun modo accollare l’eredità di Bhopal.

Greenpeace nel segno della “Campagna Internazionale per la Giustiza a Bhopal”, domanda alla Dow Chemical:
- la bonifica del sito contaminato dall’Union Carbide e dell’area circostante
- la partecipazione finanziaria alle cure mediche dei sopravvissuti e dei loro figli
- l’assicurazione di un giusto compenso economico per la comunità di Bhopal finalizzata alla riabilitazione economica delle popolazioni coinvolte.

Raghu Rai arrivò a Bhopal da Delhi il mattino successivo alla micidiale fuga di gas dell’Union Carbide e nelle sue immagini catturò, senza sentimentalismi, il trauma di una comunità. Tra quegli scatti dell’84 c’è l’immagine icona mondiale di quella tragedia “Tomba di un bambino ignoto” che fa il giro delle redazioni mondiali.
Ma l’impegno di Greenpeace nel perseguire la sua battaglia internazionale per il diritto di ognuno di vivere in un ambiente sano e incontaminato, aveva bisogno di una nuova documentazione sugli effetti devastanti ancora in atto a Bhopal. Chi meglio di Raghu Rai poteva produrre questo tragico aggiornamento documentaristico. Il fotografo indiano accetta imadiatamente e lavora fianco a fianco di Anil Sharma, gionalista locale e testimone come lui della disastrosa fuga di gas di vent’anni fa. Il risultato sono una serie di scatti che, insieme al reportage precedente, rendono evidenti gli effetti devastanti sui sopravvissuti, che non hanno mai smesso di combattere per una giustizia ancora lontana da venire.
John Novis
Capo dipartimento Fotografia
Greenpeace International
Raghu Rai
Nasce il 18 dicembre del 1942 a Jhhang (Pakistan). Dopo il diploma a Punjab si laurea in ingegneria civile. Lavora per un’organizzazione governativa per due anni, senza grande soddisfazione e inizia a fotografare nel 1964.
Nel 1965 fa parte dello staff dei fotografi dell’ Hindustan Times, quotidiano nazionale, e nello stesso anno diventa caporedattore fotografico dello Statesman, un altro quotidiano nazionale, e comincia a collaborare con The Times. Le sue immagini vengono pubblicate su importanti riviste e libri come Popular Photogaphy (dal 1967 al 1980), British Journal of Photography Annual, U.S Camera Annual, Photography of the World ecc…
Nel 1977 lascia lo Statesman ed entra alla Magnum.
Collabora al Sunday, un settimanale indiano per due anni e mezzo. Lavora a India Today come photoeditor dall’82 al ‘90 dove pubblica alcuni suoi saggi fotografici d’informazione e di tematiche sociali.
Pubblica sul Times, New York Times, Stern, Paris Match, Geo, National Geoghraphic.
Sue personali sono state presentate in India, Amburgo, Praga, New York , Parigi e Tokyo. 25 sue stampe rientrano nella collezione permanente della Bibliothèque Nationale di Parigi dal 1971. Nel 1977 una sua retrospettiva è stata organizzata pressso la National Gallery of Modern Art di Nuova Delhi.
Nel 1971 vince il Padamshree uno dei più prestigiosi premi per l’impegno civile. Negli ultimi dieci anni è stato, per tre volte, membro della giuria del World Press Photo.
Dal 1986 ha prodotto più di dieci libri sull’India: Traj Mahal, Calcutta, Tibet in Exile, Delhi, Indira Gandhi, Khajuraho, Man Mettle and Steel, Mother Teresa e May Land and Its People.

Viola Berlanda (Torino, 1975)
Inizia a fotografare ai tempi del liceo. Dopo uno stage alla Magnum di Parigi, realizza i suoi primi reportage in Croazia(1998), India (1999), e Nepal (2000).
Nell’ambito di un progetto sulla riconciliazione post bellica, organizza un atelier di fotografia con ragazzi serbi e kossovari.
Pubblica su Di di Repubblica, il Venerdì, Flair, Specchio, MarieClaire, Diario, Io Donna, Télérama, Elle, e DS .

Dal diario personale di Viola Berlanda, India febbraio 2004.
Con la ragazza che mi fa da guida-traduttrice, Ruby, siamo entrate nello slums, in una di quelle che qui chiamano più elegantemente “Colony”. Abbiamo visitato più famiglie. Vivono con 100 rupie la settimana, hanno tutti problemi respiratori, tosse, stomaco gonfio, gli uomini sono troppo deboli per lavorare. Non possono permettersi i medicinali necessari e all’ospedale chiedono loro 100 rupie solo per avere una prenotazione. I loro mali sono interni, e non si fotografano, ma si leggono sui loro visi, e ovunque.

Un giorno osai chiedere a Rehana il perché del viso crucciato di Hafeez. Lei cercò di dirmi qualcosa in hindi e indicò le tempie con espressione di dolore. Semplice! Tirai fuori dal mio sacco delle gocce di paracetamolo e ne misi alcune in un bicchier d’acqua che porsi al ragazzo. Era passata mezz’ora circa quando lo vidi ritornare. Il suo volto era cambiato, aperto, sorridente per la prima volta. Dietro di se aveva alcuni amici. Tutti con la stessa espressione che aveva lui prima, tutti con un forte mal di testa. Il mio botticino terminò dopo pochi giorni, il loro mal di testa perdura da decenni.


NAUFRAGHI DI TERRA
2.
BORDERS
di Anabell Guerrero

Questo lavoro è stato realizzato nel 2002, nel Campo Profughi della Croce Rossa di Sangatte (Francia), nato nel settembre del 1999 per froteggiare l’emergenza costituita dall’arrivo dei rifugiati in fuga dalla guerra del Kosovo e successivamente aperto ad altre popolazioni. Fuggiaschi, senza tetto, popoli senza futuro né identità. Oggi il Campo non esiste più. La gente che ho fotografato è in maggioranza Afghana, Curda e Irachena.

Sangatte viene così considerato una zona di transito. Il popolo di Sangatte non ha ufficialmente identità, non ha casa, né protezione, una massa di “senza nome”, non classificabile. Non si possono definire clandestini, perché formalmente accolti nel campo; né rifugiati, né emigrati in cerca di lavoro in Europa.
Per molti anni Sangatte è stato un “non-luogo”, un posto illegittimo per persone che hanno perso i propri diritti, e che vivono al confine tra l’essere sociale e il non-essere.

Come potevo fotografare questo popolo di “ombre” che fluttua all’interno di questo limite esistenziale? Come fissare un destino che oscilla costantemente tra l’oblio e la problematicità dell’essere presente, fra espulsione e accoglienza?. La vita qui, è una scommessa costante con la cancellazione del proprio essere sociale, tra un’ esistenza sommersa e una registrazione burocratica, tra un’identità perduta e un’identificazione giudiziaria, segnata dalla dispersione per le strade del mondo e dalla concentrazione (nei campi).
Come fotografare un’identità perduta, o meglio come fotografare la mancanza di identità? Per il rifugiato la fotografia gioca un ruolo molto importante, le fotografie di famiglia li accompagnano come traccia della vita perduta, una sorta di cordone ombelicale. Ma la fotografia è anche quella segnaletica o d’identità per i documenti/permessi. Tutto ciò crea un rapporto ambiguo con il fotografo, tra nostalgia e paura.
Di fronte alla camera loro pensano ad amici e parenti, a tutti coloro che hanno lasciato e a quelli cui potrebbero un giorno, mostrare quella foto, scattata poco prima di imbarcarsi per l’Inghilterra: verso il futuro. Ma attraverso quella stessa fotografia corrono il rischio di essere identificati: il fotografo può mettere in pericolo la loro vita.
In quegli occhi ho visto desolazione, nostalgia, smarrimento; ho visto piedi che non hanno mai smesso di camminare, mani che hanno perduto ogni capacità di possesso, incrociate e costrette, metafore dell’ansia dell’isolamento, del vagare nel vuoto.
Ho voluto fotografare lo spiazzamento, il navigare dell’esistere. Ho cercato di catturare l’intangibile: l’esitazione, l’aspettativa, il destino.

Anabell Guerrero

Nata a Caracas (Venzuela) vive a lavora dal 1986 tra Caracas e Parigi. Le sue fotografie sono conservate in numerose collezioni pubbliche e private tra le quali: Musée des Beaux Arts (Carcas), Bibliothèque Nationale (Parigi); Galerie de Château d’Eau (Tolosa); Espoo Art Museum (Finlandia). Borders, prima esposizione in Italia, è stata presentata in Francia e negli Stati Uniti. L’artista è attualmente impegnata in un progetto/residenza a Evry (Francia) per la realizzazione di fotogafie-sculture installate nella città, a testimoniare la nuova identità del tessuto urbano contemporaneo fortemente segnato dall’immigrazione vissuta in alcuni casi come vero e proprio esilio.


NAUFRAGHI DI TERRA
3.
I Marinai Perduti
di Ivo Saglietti

Quante storie, quanti luoghi familiari e quanta letteratura dedicati ai marinai: scanzonati e sempre pronti alla rissa, ubriachi e con una donna in ogni porto, protagonisti di canzoni e film.
Navi dai nomi sognanti: Stella dell’Oceano, La Signora del Mare, Stella del Sud che appartengono generalmente a pochi proprietari: Mohamad Shofic, Chris Vassilopoulos e alle loro compagnie: Offshore Investment Group, International and Vail Shipping Ltd etc.

Ma la realtà è più desolante e si rifà a un vocabolo sconosciuto che drammaticamente descrive la tragedia: BDC (bandiere di comodo/flags of interest): armatori senza scrupoli e intoccabili, veri banditi, spesso ricercati come criminali, come nel caso di Panagis Kisimastos, moderni pirati che rubano vite umane.

Ci sono 10000 persone che lavorano su di una nave, ci sono navi che spariscono o che semplicemente si spezzano in due e affondano. E così si inizia a parlare del pericolo di un disastro ecologico, cominciamo a dispiacerci per le foche, i gabbiani e le spiagge, ma non si parla quasi mai dell’equipaggio, della loro vita e morte, delle loro famiglie; raramente coperti da un’assicurazione.

E poi ci sono le navi sequestrate nei porti, per fallimento, per debiti, anzianità o per traffici illegali. L’equipaggio inizia una nuova vita una quotidianità fatta di noia, umiliazione, speranza, paura, con il tempo scandito lentamente, lontano da tutto e da tutti, giorni che non finiscono mai, una nostalgia infinita, pensieri che galoppano giorno e notte, notti di poco sonno e molti sogni, chiuso in una gabbia di ferro che qualche volta ti parla e altre volte ti fa impazzire; come nel caso del capitano della nave rumena che è ancorata nel porto di Venezia dal 1997, con 11 persone di equipaggio, venduta per un dollaro dal governo rumeno all’armatore Shofic, uno sconosciuto bandito Pakistano-Americano, che l’ha poi abbandonata.
Dal 1 aprile 1997 l’equipaggio non riceve salario, né una pinta di vernice o un metro di corda e la sua sopravvivenza dipende da un francescano; i rifornimenti alimentari dalla guardia giudiziaria che è formalmente responsabile della nave, fino alla sua messa all’asta.

Queste fotografie sono state realizzate su diverse navi ferme nei porti di Napoli, Venezia e Marghera tra il 2000 e il 2004.
Un ringraziamento particolare a Don Mario dell’Associazione Stella Maris di Marghera, per la sua collaborazione e per il lavoro di solidarietà svolto per i Marinai di tutto il mondo.

Ivo Saglietti

Inizia a lavorare come film maker reralizzando documentari sociali e giornalistici.
Nel 1978 lascia il cinema per la fotografia.
Realizza saggi fotografici e reportage in Salvador, Nicaragua, Cuba, Libano, Palestina,Cile, Colombia, Haiti, Uganda, Benin, Tanzania, Repubblica Dominicana, Francia, Italia, Kosovo, Macedonia, e Albania.
Dall’86 all’88 è in Cile per documentare i risvolti sociali della dittatura di Pinochet e pubblica il volume “Cile il rumore delle sciabole”.
Dal ‘90 al ’92 documenta per una mostra, la situazione politica e sociale del Sud America 500 anni dopo la scoperta di Colombo.
Nel 1995 segue la “Via degli Schiavi” dal Benin ad Haiti da cui realizza una mostra e un libro “From Ouidah to Port-au-Prince” (edito da Agorà, Torino).
Dal 1998 coduce una lavoro sulle frontiere del Mediterraneo.
Vincitore di due edizioni del World Press Photo (1991 e 1999).

Principali mostre
1989: “Chile: il sonno della ragione” Milano e Barcellona
1992: “America 1992 Milano e Modena
1993: “Ivo Saglietti: 40 photographs” Monaco e Traunstein
“Cent photos pour la liberté de la presse” Parigi
1994: “Mostra collettiva sul bacio” casa di Giulietta, Verona
“Fotografi Italiani”, Accademia of Carrara, Bergamo (coll.)
1995: “La mia patria é il mondo” Chianciano (coll.)
“Professione fotografo” 15 fotografi Canon, Milano
“From Ouidah to Port-au-Prince” Milano
“Obiettivo famiglia” Gruppo Abele, Turino, Venezia e Palermo (coll.)
“Mostra permanente sui crimini di guerra” Monastero di Santa Chiara, Napoli
“Percorsi” Asti
1996: “Immagini dal nuovo mondo” America Latina L’Aquila, Premio per il contributo dato alla pace e alla giustizia nel mondo
“Un paese in 25 fotografie” S. Anna Arresi, Sardegna
“From Ouidah to Port-au-Prince” Alba
“Dalla parte delle vittime” Torino
1997: “40 anni di fotogiornalismo italiano” Lucca
“Semana Negra” I° Incontro Internazionale di Fotogiornalismo, Gijon Spagna
“Tout Moun es Moun” Haiti, Roma
1998: “I volti della paura” , Fondazione Italiana per la fotografia, Torino
1999: “Landascape in the fog” Kosovo, Bari
2000: “Gli occhi della guerra” ,Verona (coll.)
2001: New School Gallery, New York
2002: “From Jenin to Chatila” Roma, Genova, Orvieto
2004: “Sotto la Tenda di Abramo” Roma, Galleria Nazionale di Arte Moderna

Pubblicazioni
“Chile il rumore delle sciabole” ,1990
“From Ouidah to Port-au-Prince” Agorà, 1996
“Sotto la tenda di Abramo” Peliti Editore, 2004
“Dizionario dei gesti degli Italiani”, 1994


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