Francesco Casorati

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INTRODUZIONE
1956 - paesaggio in giallo - tempera su tavola cm.80x100
L'itinerario artistico e il percorso del linguaggio figurativo

Un cognome famoso, «pesante»: Casorati. Francesco è un figlio d'arte: I'aggiunta di Pavarolo al suo cognome, dal paese anch'esso celebre dove nasce nell'avita casa paterna, non serve a dargli quell'autonomia tanto cercata e a farlo uscire da un equivoco che, comunque, è solo presunto. Certo non si può affrontare la «storia» artistica, e I'itinerario linguistico di Francesco Casorati senza cercare di mettere a fuoco i suoi rapporti con il padre e con tutto I'habitat culturale che, intorno a Felice, si era andato strutturando dopo il suo arrivo a Torino, al termine della prima guerra mondiale.
Non si può infatti dimenticare il ruolo di punta che, nel capoluogo piemontese degli anni '20 I'artista ha ricoperto e lo spazio che era andato offrendo alle avanguardie: ma è nel Felice Casorati del «dopo» la seconda guerra mondiale che va eventualmente individuata la problematicità dei rapporti padre-figlio.
Francesco nasce infatti nel 1934, da un tardivo matrimonio dell'ormai celebre Felice con un'allieva, Daphne Maugham, inglese e di formazione postimpressionistica, che si inserisce silenziosamente in quella particolare famiglia dove già tre donne, la madre e le due sorelle Elvira e Pina, «reggevano» una casa tutta «firmata» Casorati, una casa tutta a misura» del maestro, che ne aveva progettato I'arredamento, dai mobili alle suppellettili.
Dodicenne, Francesco partecipa, in misura cosciente ed inconsapevole insieme, agli incontri e ai dibattiti dell'intellighentia torinese o di passaggio, alle serate musicali. Felice, dopo la nascita del figlio, si è apérto ad interessi più umani, accetta intorno a sè numerosissimi allievi, scegliendoli, e «selezionandoli» forse, con minor severità e più indulgenza che in passato. Lo studio di Pavarolo è però tabù per tutti, anche per Francesco, che d'altra parte «gioca» con il padre nello studio torinese, dove I'artista si dedica alle tecniche grafiche e soprattutto all'incisione.
Per Francesco Casorati non esiste dunque un momento in cui possa ricordare di aver «iniziato» a disegnare o a dipingere: il ricordo di questo modo di comunicare ed esprimersi si perde nell'infanzia.
Nessuno lo incita però a questa attività, e il «borghese» Felice, figlio d'ufficiale, laureato in legge, diplomato al conservatorio, anche se fondatore di una «scuola», non crede alla «scuola d'arte», tantomeno al Liceo Artistico e all'Accademia di Belle Arti (che pure presiederà fino alla fine della sua vita, nel 1963, ed indirizza continuamente il figlio su iter diversi. Francesco in un primo tempo accetta, perchè è difficile «contestare» I'intelligenza, ma finisce comunque per frequentare il Liceo Artistico e ad iscriversi alla Facoltà d'Architettura. Parallelamente alla ricerca di uno spazio scolastico in cui inserirsi, già prima dell'approdo al Liceo Artistico, Francesco Casorati si esprime visivamente: a quindici anni decide di fare il pittore. Se I'influenza del padre non si fa sentire nel linguaggio, la formazione del giovane artista risente comunque delle «prediche» di Felice e di Daphne: bisogna dipingere dal vero, esercitarsi sul paesaggio, lavorare sulle nature morte.
È necessario realizzare almeno «un insieme» al giorno, ed adoperare tutte le tecniche. Gli interessi per la cultura figurativa impressionista e postimpressionista della madre non lo toccano, mentre trovano in lui una certa rispondenza le poetiche delle avanguardie tedesche e della figurazione nordica che tanto avevano attirato Felice.
II giovane pittore segue costantemente, e con coerenza, due filoni di poetica, I'uno in diretto proseguimento dell'istinto disegnativo infantile, I'altro a modificazione di questo «istinto» messo a contatto con la «cultura» figurativa, intesa nel senso più ampio del termine, in cui è coinvolto.
Nel 1950, sedicenne, collabora a «Noi Giovani», una rivista ciclostilata, in attività dal 1948, diffusa soprattutto a Torino, Roma e Venezia. Diretta da Aldo Carrocci, ospita interventi di Alberto Ninotti, futuro giornalista, di Alberto Ca' Zorzi, oggi regista televisivo; dei pittori Mauro Chessa, Ruggero Savinio e Francesco Tabusso; di Toni Scarpa.
Francesco Tabusso sarà poi il direttore, perchè unico maggiorenne del gruppo, di «Orsa Minore», di cui escono, tra il 1952 e il 1953, sei numeri: con Francesco Casorati vi ruotano attorno i pittori Aimone, Campagnoli, Chessa, Saroni e i letterati Edoardo Sanguineti e Lucio Cabutti. Sulle pagine di «Orsa Minore» si intrecciano dibattiti sulle arti figurative (la Biennale del 1952 ha riproposto drammatiche problematichel, ed interventi poetici. Su queste pagine hanno inizio le «voglie» d'informale di Saroni e vi si fanno addirittura previsioni sugli andamenti futuri delle neoavanguardie. La concret composition dell'«o» di Giotto è un esempio non solo curioso. E Lucio Cabutti comunque che nel 1954 presenta in catalogo la prima personale di Casorati Pavarolo, che espone a Milano, in via Sant'Andrea, alla Galleria II Sole. Pochi mesi prima, a Torino, Cabutti aveva proposto, in un Centro culturale, «Undici giovani pittori», una rassegna-rilevamento che non si poneva certo come collettiva di tendenza: il giovane Casorati vi esponeva con Aimone, Campagnoli, Carretti, Chessa, Colombo, Debenedetti, Falletti, Ruggeri, Saroni e Tabusso. II gruppo aveva forse i) connotato comune di avere interesse e tensioni per la pittura e per il fare pittura, ma intendeva ancora questa attività in termini «idealisticio, con una scoperta» consapevolezza di essere «diversi».
Inesistenti sono i legami stilistici tra loro e non pongono problemi fino a ché Ruggeri, Saroni e Soffiantino si avviano sulla strada dell'informale, identificando nel movimento la risposta a molti loro dubbi, mentre Francesco Casorati, con altri, ne rifiutano il carattere d'«importazione» e non accettano questo «trapianto» nel contesto italiano, e forse, soprattutto, torinese. Non certo estranei a queste scelte sono anche alcuni critici che militano nel capoluogo piemontese, da Albino Galvano a Luigi Carluccio, ed anche, attraverso quest'ultimo, Francesco Arcangeli, che per qualche tempo vi insegna. Uno spazio di discussione con coetanei Francesco Casorati lo aveva dunque trovato, oltre che «in casa», con gli allievi del padre Nino Aimone e Francesco Tabusso; con Mauro Chessa; con Sergio Saroni, Giacomo Soffiantino: una mostra di gruppo, introdotta da Enrico Paulucci, li riunirà anche a Genova, alla Galleria S. Matteo, nel 1955.
L'anno precedente era stato accettato un suo lavoro alla biennale di Venezia, ma Felice, in Commissione di giuria, non aveva voluto che il quadro del figlio fosse esposto.
Solo nel 1956 Francesco avrà così modo di proporre alla manifestazione internazionale tre suoi olii. In questo periodo I'artista aveva sentito viva I'esigenza di identificarsi anche fuori dalla vivacissima e simpaticissima «corteo di via Mazzini», e di misurarsi in un ambiente che non gli offrisse quei vantaggi che comunque la frequenza di casa Casorati ha dato a buona parte del gruppo di torinesi suoi coetanei.
Con Alberto Ca' Zorzi, il figlio di Giacomo Noventa, e con Leonardo Mosso, Francesco Casorati vive così a Parigi per due anni, utilizzando questo distacco dalla famiglia per «stare con la gente», senza preoccuparsi di un inserimento nel contesto artistico-culturale francese.
AI ritorno in Italia, dopo sei mesi romani, Casorati si stabilisce definitivamente a Torino, e, nel 1959, si sposa. La sua pittura, araldica e favolistica insieme, come la critica I'ha voluta etichettare, muove da una raggiunta, totale, libertà espressiva e da una intima necessità di oraccontare». Un'atmosfera da fiaba permea I'atmosfera dei suoi lavori, dove la mitologia è presente, riinterpretata attraverso il filtro quattrocentesco di Paolo Uccello. Su queste tematiche, seppure con ritardo, si innesta anche il fascino di un certo informale, inteso come accentuazione del gesto segnico e come aumento dello spessore della pittura: siamo tra il 1959 e il 1962, e la presenza dell'immagine, anche se sfumata, e addensata matericamente, continua ad essere privilegiata.
Nel 1960 Francesco Casorati aveva iniziato anche ad insegnare al Liceo Artistico, un'attività questa che continuerà poi a svolgere e a puntualizzare sempre più, fino ad ottenere, dal 1970, la possibilità di insegnare ad un corso speciale di serigrafia all'Accademia Albertina. Una riprova, questa, dell'interesse per «tutte» le tecniche incisorie che I'artista ha sempre coltivato, parallelamente al lavoro più specificamente pittorico: dal 1975 occupa, all'Accademia, la cattedra di decorazione.
Con puntigliosità tutta torinese, dopo I'avvicínamento al fare, se così si può definire, «informale», Casorati ha continuato a ricercare gli strumenti più consoni alle sue esigenze, passando addirittura attraverso un «tentativo» di astrazione, tra il 1962 e il 1963, testimoniato anche da una mostra allestita alla Galleria Penelope di Roma con Aimone e Chessa. L'artista va tuttavia precisando anche le sue scelte politiche, e nel 1964 inizia un periodo di «impegno» che si concretizza anché con I'iscrizione al Partito Comunista e che lo vede lavorare in termini più realistici.
Individua allora nell'arte uno strumento di conoscenza e di presa di coscienza della realtà, di testimonianza e di militanza del momento storico in cui si vive. II tema della città, dell'industrializzazione, delle masse operaie nella grande Torino degli Agnelli e della Fiat, lo spingono alla demitizzazione dei «personaggi» e a dipingere I'«uomo» schiacciato dalla tecnologia... .
Collabora con il «Teatro Libero» di Torino e prepara anche, nel 1965, delle «grafie» e degli «elementi pittorici» per la messa in scena, allo Stabile di Firenze, di «Un fucile, un bidone, la vita» di Sergio Liberovici. In questo stesso contesto si può collocare la cartella di incisioni per un filmato di Cioni Càrpi. Con I'avvicinarsi del '68 ricomincia però per Casorati il periodo della tensione di ricerca: già nel 1966, insoddisfatto anche dell'impegno politico, in dubbio sui valori pittorici del suo fare, intraprende sperimentazioni con diversi mezzi espressivi, mettendo in primo pia no, per un certo periodo, la fotografia. Su ingrandimenti e deformazioni fotografiche riportate su tele presensibilizzate interviene poi ad olio: il realismo espressionista, in chiave di racconto, è una componente dominante. Per un anno intero Francesco Casorati non espone nè in personali nè in collettive: cerca di ritrovare un proprio modo linguistico coerente ai nuovi contenuti, e alle nuove sicurezze di uomo che è andato specificando. La sua ultima produzione propone situazioni cronologicamente irreali ma di fatto attualissime, in cui I'uomo è assente e dove figure d'animali di metafisica provenienza giocano di fatto parti che non dovrebbero loro competere. La poetica di Casorati è solo apparentemente aliena da un impegno manifesto: I'artista non crede infatti nella possibilità di una incidenza diretta nel reale e nel sociale. La simbologia di cui si serve, facilmente decifrabile, affonda le radici e si ricollega al mondo dell'infanzia: in esso Casorati individua lo spazio più consono all'espressività della propria poetica, che non può rinunciare a valori «estetici» e lirici. La semplificazione formale del tessuto di base e la sintesi compositiva delle immagini corrispondono indubbiamente alla messa a fuoco sempre più puntuale dei «contenuti».
E forse, in questo suo ritorno ad un fare pittorico «tradizionale» dal punto di vista degli strumenti impiegati, equilibrato e prezioso nella qualità delle «figure», puntualmente riconoscibili e facilmente leggibili nella favola-racconto-denuncia, è sottesa I'influenza di Felice, che rifiutava certe avanguardie, e gli -ismi-, non tanto per atteggiamento precostituito quanto per «scelta» sul significato del fare dell'arte.
Anty Pansera

da Francesco Casorati - Rilevamenti nella terza generazione del '900 a cura di Anty Pansera, commento di giuseppe Mantovani Edizioni Grafis 1979